HIV/AIDS: I VACCINI PER IL VIRUS MENTALE CHE PREDISPONE AL CONTAGIO.





(Immagine campagna AIDS 2009)

L’AIDS è una malattia sociale: accanto ai virus biologici è necessario individuare i virus psicologici e sociali che predispongono al contagio e al comportamento a rischio. Quali modelli psico-sociali sono più efficaci nella prevenzione? Sessuologia Cagliari mette in evidenza il virus psicologico della bassa percezione del rischio e i modelli di intervento Community Oriented.


Le ultime statistiche italiane riferiscono che in un anno 4.000 persone hanno contratto il virus dell'Hiv e 1.200 hanno ricevuto diagnosi di Aids. Nel 74% dei casi la causa di trasmissione è sessuale.

L’AIDS e le altre malattie sessualmente trasmesse (MTS) si combattono con una corretta informazione sulle possibilità di infezione e promuovendo una cultura del sesso sicuro, con l’impiego del preservativo in ogni rapporto.

Il 1 Dicembre (Giornata Mondiale contro l'AIDS) è quella data che ogni anno ripropone seminari, convegni, banchetti di sensibilizzazione, materiale illustrativo sull’uso del preservativo, nuovi spot pubblicitari dei più illustri registi del nostro secolo: un vero bombardamento di informazioni!
Chi ascolta e riceve l’informazione sociale e mediatica attiva una serie di modalità soggettive di elaborazione, interpretazione e codifica di quanto viene comunicato. Ciò influenza enormemente la possibilità di conoscere le sfaccettature della malattia ed acquisire la consapevolezza sui fattori che predispongono al rischio di contrarre la malattia.

Le più recenti ricerche sulla modificazione di comportamenti a rischio sono state condotte in ambito psicologico. Tali studi hanno messo in evidenza che la modifica dei comportamenti a rischio implica l’azione di molteplici fattori ed è poco sensibile alle “prescrizioni” pubblicitarie, mediatiche o in generale a carattere informativo.

Le informazioni sulla malattia, sull'uso del preservativo, sono sicuramente una componente fondamentale di qualsiasi programma preventivo, ma non basta a ridurre il rischio di contagio, infatti le ultime statistiche parlano di nuovi 4000 casi di contagio: persone che nonostante il bombardamento mediatico di informazioni hanno continuato a comportarsi in modo tale da rendersi vulnerabili al virus dell’HIV (escludendo per ora le altre MTS).
L’associazione di strategie cognitive di elaborazione dell’informazione sociale, le abilità psico-sociali e le modalità difensive individuali sembrano essere le variabili implicate nel processo di modifica dei comportamenti a rischio.

I progetti di prevenzione rappresentano una sfida per tutti gli operatori sociali coinvolti, dagli psicologi agli operatori di strada.

Quali sono i principali modelli teorici di riferimento, e quali, secondo le ricerche sono i più efficaci?

Modello del Behaviour Change: è un modello che concepisce la salute in senso bio-medico, pertanto lo stato di salute è determinato dalla situazione di presenza o assenza di malattia. Gli interventi di prevenzione che si basano su questo modello hanno l’obiettivo di modificare gli stili di vita e i comportamenti non orientati alla salute attraverso l’informazione. Chi applica questo modello si attende che al crescere dell’informazione ci sia una modifica degli atteggiamenti e delle abitudini comportamentali.

E’ efficace?

No per quanto riguarda la riduzione del comportamento a rischio. Infatti, l’incremento degli aspetti cognitivi (le informazioni sull’AIDS) è temporaneo e i cambiamenti negli stili comportamentali non sono significativi.

Perché?

In questi interventi manca lo spazio di discussione e riconoscimento delle emozioni legate al fenomeno oggetto di intervento. Nel caso dell’AIDS ci si concentrerebbe esclusivamente sulle informazioni mediche, i sintomi, e non si presterebbe attenzione al crescere dell’ansia, dell’angoscia che  le informazioni scatenano in chi le riceve. Il risultato è il blocco: la paura e l’angoscia non portano il soggetto a comportamenti preventivi.

Modello del Self –Empowerment – Gli interventi basati su questo modello concepiscono la prevenzione del rischio HIV come aiuto ai soggetti nel sentirsi protagonisti attivi della propria vita e artefici della propria salute. Abbandonano pertanto la politica della “paura e terrorismo informativo” come motori per il cambiamento e si orientano sull’offrire mezzi e strumenti di sviluppo di risorse  individuali. Questo modello non esclude il precedente ma lo integra. Infatti, il cambiamento non dipende esclusivamente dall’essere ben informati, dal sapere cosa fare e dall’avere le abilità richieste, ma anche dal grado di fiducia in sé stessi e dall’autoefficacia percepita, ovvero la percezione di avere la possibilità di esercitare un controllo personale sulle proprie motivazioni, sul proprio comportamento, sul proprio ambiente sociale. Le maggiori critiche a questo modello di intervento sono state avanzate a causa dell’eccessiva centratura sull’individuale e minore rilievo dei fattori esterni, infatti l’individuazione dei fattori socioculturali che ostacolano la massa in pratica di comportamenti orientati al benessere e alla salute sono fondamentali nel progetti di prevenzione.


E’ proprio a tal riguardo che sempre di più vengono proposte azioni di intervento che si rifanno al Modello Community Oriented che integrano iniziative promosse dall’alto, chiamate top-down, che coincidono con i programmi di prevenzione rivolti alla popolazione generale o a gruppi specifici, e iniziative dal basso – chiamate grass roots – che scaturiscono all’interno di gruppi o associazioni delle quali fanno parte persone che condividono problemi, preoccupazioni o esperienze di vita simili. Attraverso gli interventi basati su questo modello è possibile ridurre in maniera significativa i comportamenti a rischio. Numerose ricerche hanno messo in evidenza che attraverso questi interventi è stato possibile ridurre in maniera significativa i comportamenti sessuali promiscui e senza protezione, l’uso di siringhe infette, e in generale si è assistito ad una consistente modificazione dei comportamenti e abitudini connesse al rischio di contagio.

Perché?


Il cambiamento individuale dei soggetti che hanno partecipato ad interventi community oriented scaturisce dall’integrazione degli aspetti cognitivi, informativi provenienti dagli interventi top-down e dal lavoro di contenimento emotivo-affettivo pianificato e realizzato da esperti all’interno di gruppi o associazioni (interventi grass roots). E’ proprio grazie agli interventi grass-roots che si possono affrontare i virus mentali.

Sono virus mentali tutte le componenti emotive, emozionali ed affettive (non adeguatamente comprese) che si attivano e si affiancano alle componenti cognitive di un determinato argomento. Se non adeguatamente compresi e affrontati "i virus emotivi" si alleano con specifiche strategie difensive di negazione del rischio e minano la possibilità di vivere una vita sana, sicura e protetta.

Accanto all’informazione iniziamo a pensare anche all’emozione che la parola AIDS suscita in chi la riceve. L'emozione che ognuno prova è frutto di ciò che conosce e di quanto emotivamente l'AIDS è connessa con la propria identità. Il comportamento a rischio non è altro che un modo di negare la realtà che ha a che fare sicuramente con quanto si conosce sull’argomento, ma inevitabilmente con ciò che si vive a livello emotivo in un sistema dialettico tra interno - l’individuo - ed esterno – la società.



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a cura del Dr. Antonio Dessì. Scrivi a sessuologiacagliari@tiscali.it













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