Essere o apparire?



Nelle ultime decadi la nostra società è spesso definita "dell'apparire", una definizione che mette in risalto quanto l'aspetto esteriore delle persone sia il più delle volte messo in primo piano rispetto alla loro personalità, i loro valori e più in generale al mondo interiore.
E' a partire dagli anni 70 che certamente si è assodato che nella realtà che viviamo "l'abito non fa il monaco", che "nella botte piccola c'è il vino buono" , "che la bellezza è negli occhi di chi guarda" e che di conseguenza l'essere di una persona è sicuramente rappresentato dal suo aspetto esteriore, il corpo, il suo modo di vestire e status sociale, unitamente però agli aspetti della sua personalità che lo rendono unico, irripetibile, e gli rendono fascino che la bellezza esteriore in sé non può dare. Sono frasi che in sé hanno comunque l'amaro di qualcosa che in definitiva non è come lo si vorrebbe.

Nel ricostruire alcuni fenomeni psicologici coinvolti è noto che il giudizio di una persona dato sulla base del solo aspetto fisico spesso conduce a degli errori di valutazione e in queste situazioni ci si rende conto da soli che la persona in questione deve essere considerata nella sua totalità. Ciononostante rimane tuttavia innegabile che gli aspetti legati alla "bellezza" incidono profondamente nella nostra modalità di percezione dell'altro e ne influenzano i rapporti interpersonali.
Diversi studi hanno messo in evidenza come la bellezza esteriore influisca nei rapporti quotidiani grazie al fatto che ad essa spesso vengono associate una serie di caratteristiche positive, che nella realtà sono invece indipendenti.
Questo fenomeno viene chiamato "effetto alone" e consiste nel fatto che una singola caratteristica, in questo caso la bellezza, influenza, come un alone, altre caratteristiche. Ne deriva che la percezione è falsata, infatti, chi risulta essere bello secondo certi parametri (proporzione volto, grandezza occhi, capelli, statura ...), a prima vista, viene valutato anche come buono, gentile, persuasivo, padrone di sé, socievole, intelligente, competente e persino felice!! 

L'effetto alone è ciò che viene comunemente denominato "What is beautiful is good" (ciò che è bello è buono) ed è un processo talmente forte da essere stato replicato in 30 studi diversi sugli stereotipi, come evidenzia uno studioso di nome Feingold (1992).
L'effetto alone non rispecchia la realtà, a tal ragione studi sperimentali hanno trovato delle correlazioni positive tra bellezza e caratteristiche quali abilità sociali e i rapporti interpersonali, ma hanno indicato una totale assenza di relazione tra attrattività fisica e qualità di base come l'intelligenza.
Con lo scopo di dare delle evidenze empiriche alle considerazioni relative al ruolo della bellezza nei rapporti interpersonali sono stati effettuati una serie di studi che sono tutti arrivati al risultato che si, effettivamente, l'attrattività fisica è molto importante in numerosi ambiti della vita a partire dai rapporti sociali.
Nell'ambito della psicologia sperimentale a partire dagli anni 60 gli studi effettuati hanno contribuito in primo luogo a mettere in evidenza come la bellezza estetica sia determinata da due gruppi di fattori: i fattori estrinseci e quelli intrinseci.
Nel primo gruppo rientrano tutti quei fattori dipendenti e legati al contesto storico-culturale, mentre il secondo gruppo, quello di maggiore interesse psicologico, è formato da tutti i fattori universali e indipendenti dalla cultura tra i quali la statura, il colore degli occhi e la grandezza della pupilla, la lunghezza e il colore dei capelli, le proporzioni del volto e la dimensione del naso.
Molti studi indicano che la bellezza svolge un ruolo chiave nel modo in cui amici e partner si relazionerebbero a noi, nella frequenza delle esperienze sessuali e nella durata dei rapporti interpersonali.

Scorrendo i canali della tv ci si imbatte in un fiume di immagini e argomentazioni che lascerebbero intendere questo, e svariati programmi e reality propongono il teatrino di questo "modello di felicità" che poi viene spacciato per un modello vincente. Un esempio. Tra lampade, look sgargianti, litigi, party, muscoli impeccabili e drammi "sentimentali" si muovono le "bambole senza occhi" di Geordie Shore, uno show-cult trasmesso da MTV e molto popolare negli Stati Uniti e Gran Bretagna.
La facilità che la "bellezza" porta ai rapporti sessuali, come descritta nelle puntate, ricorda le scene truci di un mattatoio, eppure questi programmi sono seguitissimi e tante ragazze sognano di incontrare un fidanzato come un protagonista di Jearsey Shore, bambolotti duri come il legno. Ma hanno vinto: Sono belli perchè vestono alla moda, frequentano locali al top, passano le giornate in palestre a scolpire l'addome. Statue di marmo. Ragazzi e uomini  invece sognano "pupe" in carne e plastica truccate come pagliacci che tra una crisi di pianto e l'altra misurano i peni dei vari Ken di turno con l'avambraccio. Eppure questi sono considerati belli e fighi .... L'aspetto più interessante di questi fenomeni è che programmi del genere vengono trasmessi alle 15 del pomeriggio, orari in cui giovani preadolescenti fanno zapping con il telecomando, e inevitabilmente ne assorbono i contenuti.
Non è raro oggi trovare un preadolescente o adolescente vittima delle bambole di plastica della tv. Questo porta loro a vivere un senso di inadeguatezza e smarrimento, in un contesto sociale dove questi messaggi non vengono filtrati e ridefiniti. Avere i "palloni di plastica" per una ragazzina significa vincere e avere tanti ragazzi. Perde chi è se stesso.  Sin qui tutto bene, ma proviamo ad andare in una scuola a parlare di educazione sessuale, all'affettività ... in molti casi si preferisce che i ragazzi si istruiscano con Jearsey Shore e nessuno parla loro della sessualità, dei sentimenti provati verso i cambiamenti corporei, dell'importanza dei propri sentimenti e del rispetto per l'altro, della prima volta.

Sul tema della bellezza a parità di contenuto comunicativo le persone più attraenti risulterebbero, secondo gli studi in questione, più persuasive, troverebbero più facilmente lavoro e tenderebbero ad avere impieghi più prestigiosi.
Sembrerebbe che il vantaggio della "bellezza" abbia radici molto profonde nella vita dell'individuo. In particolare, uno degli ambiti che è stato studiato è la scuola: secondo gli studiosi Vaughn e Langlois i bambini ritenuti attraenti dai propri compagni intratterrebbero più rapporti sociali e sarebbero più popolari rispetto a quelli non attraenti e questo avrebbe un vantaggio sulla loro autostima e sullo sviluppo delle loro abilità sociali. E gli altri? Molti studi si sono invece concentrati anche sull'effetto dell'attrattività dell'alunno nelle aspettative degli insegnanti e i risultati hanno chiaramente mostrato che la bellezza gioca un ruolo importante quando l'insegnante non conosce ancora il rendimento e la condotta dell'alunno. Gli alunni più attraenti fisicamente sono giudicati più intelligenti e maggiormente seguiti dai loro genitori. Già la scuola diventa un luogo dove è importante che alcuni messaggi vengano mandati in modo chiaro: "Bellezza non significa porte aperte".

E ancora, è evidente a tutti come il potere psicologico giocato dall'attrattività fisica non sia sfuggito ai pubblicitari, che molto spesso la utilizzano per creare condizionamenti per associazione, nello sponsorizzare prodotti relativi al corpo, profumi, abbigliamento, gioielli, cosmetici, ma anche prodotti che hanno associazioni indirette, come cibo, bevande, automobili.

Con l'andare del tempo il modello di bellezza ricorda sempre di più la sensazione di tenere in mano una bambola di plastica, una scatola vuota, sempre più spesso si pensa ad apparire e si tralasciano aspetti meno visibili, come la cura di sé in termini di vita interiore. Meglio stare tutti i giorni in palestra a bruciare l'ultimo cracker che leggere un buon libro.

I giudizi su una "vita facile" vengono amplificati dall'esposizione ai mezzi di comunicazione di massa, in primis la televisione, che spesso domina ed è dominata dalle immagini, che nell'intento di offrirci uno specchio della società, ci propongono modelli di donne e uomini belli e vincenti ai quali rifarci, lasciando come regalo l'idea che si possano realizzare i propri sogni solo se si possiede un'immagine vincente secondo i loro parametri.
Valeria Lukyanova ha vinto. E' diventata la Barbie di plastica. Prodotto marchiato a fuoco da una società che investe tutto nell'esteriorità e considera secondario tutto ciò che è crescita interiore; vittoria frutto di una costante esposizione ad un modello non adattabile a sè stessi, fonte di stress psicologico, di inseguimenti, di ossessione sopratutto in chi, che per svariati motivi, non vive serenamente questo confronto. La frustrazione poi diventa inadeguatezza e insoddisfazione verso la propria immagine corporea e può portare all' ossessiva ricerca di mezzi anche non sani per avvicinarsi a quel modello di felicità. Valeria ha vinto la battaglia, ma ha perso la guerra per la conquista di sé stessa.






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