Addio Alice



Herz-Sommer. Per un italiano che non conosce la lingua tedesca è sicuramente un comune cognome straniero. Per i tedeschi invece, tutti quei cognomi che hanno un significato concreto delineano le radici di quella persona. Si, ebrea.
Così, Herz è cuore, e Sommer è l'estate. La signora Herz-Sommer non aveva certamente bisogno di un cognome così suggestivo per farci sentire il suo calore, eppure è stata marchiata a fuoco perché diversa.
Pianista di talento, era nata a Praga nel 1903. Una cifra che quasi ci spaventa: 110 anni fa. La più anziana superstite dell'Olocausto. Amica dello scrittore Kafka, durante la Seconda Guerra Mondiale venne confinata nel campo nazista a Theresienstadt. Qui però ebbe il modo di sopravvivere grazie al suo talento pianistico. La sua vita ha ispirato un film documentario dal titolo: «The Lady In Number 6: Music Saved My Life»,  candidato agli Oscar il prossimo 2 marzo.

Alice Herz-Sommer, un secolo di saggezza, e un'esistenza di bellezza. 
Per una società come la nostra dove al termine bellezza vengono attribuiti svariati significati, dai muscoli pompati alle Veline, dalle tette rifatte all'auto più performante, Alice Herz-Sommer ci fa dono della sua storia. Di certo non un'esistenza priva di tragedie, perché la vita è anche questo. Negli anni '40 Alice vide portare via la madre dai nazisti, e lei fu deportata con il marito e il figlio nel campo di concentramento nei dintorni di Praga. Il marito morì ad Auschwitz mentre lei e Rafi si salvarono grazie alla musica. Un soldato tedesco, sentendola suonare il piano, promise ad Alice che il suo nome e quello del figlio non sarebbero comparsi in nessuna lista della morte.

E' stato scritto tanto su di lei e tanto verrà ancora scritto. Certamente il mio contributo è davvero un sassolino nell'oceano del contributo di persone che l'hanno conosciuta, studiato la sua storia, che l'hanno sentita suonare, che hanno avuto il privilegio di ascoltare le sue parole. Semplici. Come è semplice la ricetta del pane.
La sua passione e l'ottimismo, ciò che l'hanno salvata da una morte sicura. Lei avrebbe potuto maledire la vita. E di certo la morte non era solamente quella reale, perché Alice è sopravvissuta a ciò che ha visto sino a 110 anni. Il cancro di quegli anni non ha invaso la sua anima. Si è protetta. Certamente le nostre vite non conoscono l'orrore del campo di concentramento, ma in queste parole che lei spesso ha detto a chi le chiedeva "gli ingredienti" per vivere così a lungo c'è la bellezza di rimandare qualcosa di semplice e universale che tutti possiamo avere. La passione per qualcosa che si sta "im Herz", nel cuore, la possibilità di raccontarci parole caratterizzate da ottimismo.

E' nei momenti di crisi che si riscopre la propria ricchezza. E si esce dai momenti di crisi tutte le volte che smettiamo di dire che "non ce la facciamo". Lei non aveva altro nel campo di concentramento che le sue mani e un cuore. E le ha usate.

Così voglio chiudere il mio saluto ad Alice. Ha sicuramente vinto il tempo, non tanto per i suoi 110 anni, non tanto per il film sulla sua vita candidato agli Oscar, ma per averci donato la sua saggezza e averci rimandato un'immagine semplice e potente che difficilmente possiamo dimenticare: avere due mani, un cuore, che ci possono salvare.

Addio Alice. E ... un inchino. 






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