Cagliari lotta contro un mostro: l'educazione sessuale



Lo dico subito così non mi ripeto: Il mostro è l’ignoranza e la chiusura. Avevo già appreso qualcosa sulle iniziative della giunta comunale e del consigliere Petrucci sulla possibilità di progettare degliinterventi educativi sulla sessualità nelle scuole medie inferiori di Cagliari. Stamattina un amico mi ha girato via mail le ennesime polemiche che vengono spostate sul budget destinato a questa meritevole e coraggiosa iniziativa, e in questo senso sento di scrivere due righe.
Come ormai sapete tra le mie specializzazioni c’è anche quella di sessuologo e nella mia formazione mi sono confrontato da un punto di vista teorico su ciò che significhi educare i giovani alla sessualità, attraverso un training teorico e pratico.
Nel tempo poi ho avuto modo di lavorarci proponendo dei corsi di educazione sessuale, in Sardegna, sicuramente di successo, contrariamente a quanto la critica cagliaritana prevede per questa proposta della giunta comunale. Il 99% degli studenti ha aderito, e ovviamente tutti con un consenso da parte dei genitori, che, affidandosi agli esperti hanno avuto modo di sciogliere i nodi problematici e le paure che come satelliti ruotano attorno a questa delicata attività educativa. E’ tutto comprensibile, e chi come me ha fatto educazione sessuale nelle scuole sa di cosa parlo.
Leggendo gli articoli firmati dai giornalisti Norfo e Lai su Casteddu Online devo riconoscere che sono stati in grado di riportare il vissuto emotivo che è tipico sopratutto di genitori e di insegnanti davanti a degli esperti che sono addestrati per svolgere questo tipo di attività. Vengono visti come dei mostri, dei pervertiti che con le loro menti immorali deturpano il candore delle loro giovani creature, che mai hanno pensato al sesso e alla sessualità!
Insegnare il sesso. Anche no, perché quello i ragazzi lo faranno da soli al momento giusto per loro. L’educazione sessuale non è qualcosa che passa attraverso un insegnamento didattico, ma attraverso esperienze di gruppo, di condivisione, e ormai tutti i miei colleghi sessuologi utilizzano delle modalità di intervento che si rifanno alla peer education, ovvero, educazione tra pari. La peer education è un metodo educativo utilizzato sopratutto in ambito di promozione della salute (e in questo caso salute sessuale) e più in generale in tutte quelle che possono essere definite come azioni volte alla prevenzione dei comportamenti a rischio. Spesso sono stato chiamato per interventi dovuto ad incidenza alta di gravidanze indesiderate in pre-adolescenza, malattie sessualmente trasmissibili ecc…
La critica è molto interessante perché lascia intravedere il tessuto educativo entro i quale i giovani vengono educati (a volte con il silenzio). La sessualità, mi spiace per chi urla contro gli 8 mila euro spesi, non è una questione di euro ne’ di genitali, e tantomeno l’educazione sessuale è un surrogato di pornografia. E’ educazione all’affettività, alle emozioni, e a tutto ciò che concerne il mondo del sesso.
Ricordo con molto piacere le esperienze che ho avuto con i genitori, all’inizio sicuramente molto resistenti e titubanti. Ma è giusto che sia così. Il percorso non è solo dei ragazzi, è anche per loro, è anche per gli insegnanti, che se colgono l’opportunità educativa saranno più aperti a parlare di sessualità con i loro alunni, con i propri figli. E’ un’iniziativa importantissima e mi complimento con il consigliere Petrucci per la sua sensibilità, sopratutto verso tematiche così importanti come le malattie sessualmente trasmesse. Esistono, e ahimé, tanti adulti non sanno che senza preservativo possono contagiare e contagiarsi.
La prima volta che ho visto una classe di 11enni per un corso di educazione sessuale era il 2007, appena specializzato in consulenza sessuale e con un incarico molto importante. Avevo molta teoria e poca pratica. Quell’esperienza fu disvelante. I ragazzi già a quell’età sanno tutto e male, figuriamoci un 13enne. Ecco perché è importante nell’educazione sessuale affiancare un lavoro sull’affettività e sulle emozioni. Ragazzi e ragazze imparano a dialogare, supportate da uno specialista, che spesso è psicologo e anche psicoterapeuta.Nella formazione degli esperti ci dev’essere un training specifico per poter trattare di sessualità. Questo significa che uno specialista in tematiche sessuali ha per primo rivisto gli aspetti legati alla propria sessualità, all’educazione che ha ricevuto, alle proprie resistenze sull’affrontarle in contesti clinici ed educativi. Non basta essere psicologi e psicoterapeuti: è auspicabile un training specifico in sessuologia clinica. Sicuramente la figura dello psicoterapeuta è di supporto ed inserita nell’équipe.
I ragazzi non parlano di sessualità perché gli adulti hanno resistenze e implicitamente non ne vogliono parlare.
Loro ne hanno bisogno. L’intervento è sempre sistemico: alunni (che accolgono con entusiasmo l’iniziativa), insegnanti e genitori (lo zoccolo duro dell’educazione sessuale). Bisogna accettare che un percorso come questo può essere arricchente. Nessuno specialista “ruba” figli o alunni, ma il suo intervento specialistico scioglie nodi e sblocca la comunicazione su tematiche importanti come la sessualità e supporta gli uni e gli altri nella gestione relativa all’apertura di questa comunicazione.
Spero questa sia la prima di tante iniziative. Il discorso si sposta sul budget, ma è solo una difesa. Le paure più grosse sono quelle di vedere l’educazione sessuale come violenzaNon lo è. Ci sono tante cose a cui i ragazzi sono sottoposti che possono essere sicuramente violenza. Mi dispiace per chi crede il contrario, e in questo senso un dialogo con l’esperto potrebbe aiutare a sciogliere queste paure, antiche, perché in definitiva riflettere su come si è vissuta la propria sessualità in adolescenza, e su cosa è stato detto e sopratutto non detto, spaventa tutti.
Per me, che lavoro costantemente con persone che hanno difficoltà sessuali, posso assicurare che nel 90% dei casi questi disturbi affondano le loro radici anche in un educazione sessuale assente. Ma ripeto, si parla anche di affettività, di emozioni. I filmini hard li lasciamo alla dis-educazione sessuale, e in ogni caso fanno parte della realtà. I vostri figli ne verranno comunque a conoscenza, ma probabilmente sapranno affrontarli con consapevolezze e strumenti nuovi. E voi sarete meno imbarazzati se vi chiederanno qualcosa.
Sulle malattie sessualmente trasmesse, ho visto persone stare veramente male perché hanno scoperto in tarda età il meccanismo di trasmissione del virus, specie dell’Hiv o l'epatite. Qualcuno se l’é scampata, altri no. E a volte mi è stato detto: “Dottore, se mi fossi informato, se mi avessero detto…” In ogni caso la riflessione poi è stata sempre sugli aspetti affettivi dello stare in coppia, specie per chi è stato contagiato, sul riconoscere i propri comportamenti a rischio e comprenderne l'origine. Per non parlare del dibattito "pillola o preservativo"... quante donne sono tranquille solo perchè prendono la pillola? Poi arrivano le malattie sessualmente trasmesse (quante con infezione da HPV?), e si scopre il preservativo. Quante donne accettano di farlo senza preservativo perché i partner dicono che con il preservativo non sentono niente? Solo esempi. Questo è risultato di un sesso non pensato affettivamente, non a caso l'educazione sessuale favorisce lo sviluppo di sentimenti di protezione verso se stessi, verso l'altro. Pertanto è meglio fronteggiare questi aspetti e non considerare l'educazione sessuale un mostro da combattere.
Pertanto l’iniziativa del consigliere Petrucci ha tutto il mio sostegno e apprezzamento. Complimenti


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