Dall'ansia sessuale all'inseguimento di un'ideale sotto le lenzuola




Sono sopratutto gli uomini che si lamentano di soffrire di ansia da prestazione sessuale. Nella mia esperienza sicuramente sono poche le donne che ho sentito inquadrare il loro disagio sessuale in una risposta ansiosa durante l’attività sessuale, anche se questo, è bene sapere, che succede anche a loro. Il termine ansia da prestazione è un termine abusato nell’ambito delle problematiche sessuali, nel senso che gli uomini, anche a fronte della valanga di informazioni ormai reperibili su internet tendono ad arrivare all’attenzione dello psicologo, dello psicoterapeuta e del sessuologo già con una diagnosi preconfezionata. Ansia da prestazione poi è anche un termine che maschera spesso problematiche individuali, ma anche mondi relazionali che sostengono quest’ansia. E’ sicuramente dopo un’attento inquadramento diagnostico che è possibile delineare gli aspetti peculiari che sostengono la propria difficoltà sessuale, e di fatto, spesso ci sono aspetti ben più problematici dell’ansia, che potrebbe essere un effetto, o comunque essere inserita in una causalità circolare che comprende anche altri aspetti della vita di un uomo. Una causalità lineare al problema, come spesso viene riportata da questi uomini, non aiuta la comprensione della loro reale logica, che è psicologica e relazionale, quando ovviamente parliamo di problematiche sessuali su base psicogena.
Parlo di causalità circolare perché spesso le persone sono poco propense, rispetto ad altre problematiche psicologiche dove si riscontra una maggiore flessibilità, a pensare ai disturbi sessuali come una finestra da cui entrare per poi lavorare su aspetti di sé e della relazione che portano avanti. Talvolta sembra quasi annoiare, o infastidire, perché in definitiva nel 90% dei casi la credenza principale è quella che “la sessualità è qualcosa da riparare, aggiustare, performare“. Dopotutto spesso quando si parla di sessualità le persone hanno una visione che va dall’ombelico ai genitali. Considerare tutto il resto del corpo fa parte del lavoro su questi sintomi.
Paradossalmente nella mia esperienza come sessuologo mi è capitato più spesso che in una percentuale statisticamente significativa fossero i più giovani a soffrire di ansia sessuale e tendenzialmente coloro che non avevano un/una partner fissa/o. Ci sono uomini invece che sviluppano dei sintomi ansiosi legati all’attività sessuale magari dopo anni di disfunzione sessuale con la propria partner o il proprio partner. Pertanto in questi ultimi sicuramente l’ansia assume un significato e un peso sicuramente diverso rispetto ai primi. Certamente la valutazione include anche gli aspetti relazionali e la storia di coppia, ciò che avviene anche fuori dalle lenzuola, qual’è la reale capacità di connettersi emotivamente con l’altro, e quanto in realtà l’attività sessuale diviene un contenitore dove eventi, emozioni, affetti ruotano come satelliti durante l’attività sessuale.
Non tutte le ansie provate a letto sono sessuali. Un atteggiamento tipico degli uomini che soffrono di disfunzione sessuale è quello di riconoscere sicuramente il disagio che proviene dal vivere quella condizione, allo stesso tempo, sono in pochi coloro che realmente vogliono affrontarla e orientarsi verso un cambiamento. E’ una condizione che spesso chi si occupa anche di sessuologia riscontra, ovvero un tipico atteggiamento di grande aspettativa iniziale, che poi inizia a spegnersi dopo poche sedute. In generale entro le prime 10.  Spesso sono uomini che hanno sofferto per anni di disfunzione erettile, di eiaculazione precoce (alcuni sin dai primi rapporti sessuali) e che vorrebbero risolvere il tutto in tempi brevissimi. Insomma, senza “penetrare” il problema. Questa in realtà non è una richiesta, ma è un atteggiamento di fuga che sancisce la volontà di voler mantenere il proprio problema. E’ proprio quando qualcosa cambia all’interno della relazione con il proprio partner o la propria partner che in genere può verificarsi un fenomeno noto come drop-out.
Drop-out è un termine inglese che significa “abbandonare“, e nel gergo tecnico della psicoterapia e della psicologia viene utilizzato per descrivere quelfenomeno che vede un paziente interrompere un percorso di psicoterapia ed in generale di intervento psicologico in genere con modalità tipiche(mandare una mail allo psicologo, chiamarlo e disdire l’appuntamento, non volersi ripresentare per un incontro conclusivo, o nella peggiore delle ipotesi dare buca). Questo in genere avviene entro il primo ciclo di incontriovvero 10 sedute, ed in generale prima che lo specialista sia riuscito a mobilitare tutte le risorse necessarie per orientare la persona verso un reale cambiamento.          La sessuologia clinica è un ambito dove questo avviene con più frequenza, credo anche per tutte quelle che sono le fantasie che ruotano attorno alla figura del sessuologo. Mentre per altre tematiche affrontate in psicoterapia spesso la persona costruisce un percorso di cambiamento passo dopo passo con l’aiuto dello psicoterapeuta, ed il rischio di drop out sebbene presente si presenta con minor intensità, nell’ambito della richiesta clinica per il trattamento di problematiche sessuali, la persona in genere arriva già con un suo obiettivo terapeutico esplicito (spesso irrealistico) e nella mia esperienza ho avuto modo di notare che spesso si hanno davanti uomini che sono pochi disposti a valutare altre possibilità. Pertanto davanti ad una problematica di eiaculazione precoce, l’obiettivo terapeutico non potrà mai essere quello di durare 20 minuti! ma sarà di imparare a gestire aspetti della propria risposta sessuale ed esplorare se necessario il luogo, la relazione, dove tutto questo avviene. Questo spesso porta ad un’interruzione precoce, d’altronde non diversamente da quello che succede a questi uomini sotto le lenzuola: precocità nell’orgasmo, e difficoltà nel mantenere l’erezione. Anche per le altre problematiche psicologiche le persone portano in genere un loro obiettivo, ma è in genere meno rigido e pervasivo rispetto alle problematiche sessuali. E’ un po’ come dire che per una persona depressa l’obiettivo da ridefinire è il generico “stare bene“, mentre invece per problematiche sessuologiche spesso sono aspetti in cui la mente va contro la natura.
Ho notato chequesto rischio aumenta con l’aumentare dell’età e se non si è mai avuto sino ad allora nessun tipo di contatto con una figura di tipo psicologico.  Succede spesso che questi uomini, presi dall’ansia di avere una bicicletta e non voler più camminare a piedi, si pongano degli obiettivi irrealistici, che il clinico non può ovviamente accettare. Nella stragrande maggioranza dei casi, parlerei quasi del 70%, se non di più, sono uomini che arrivano all’attenzione del sessuologo “spediti” dalle loro partner e che in generale portano un’ansia che spesso non è di tipo sessuale, ma quello che, per le loro problematiche sessuali, o spesso per caratteristiche di personalità delle partner, vengono minacciati di rottura della relazione. La minaccia di rottura è spesso un atteggiamento tipico di donne che non sanno interrompere una relazione per loro frustrante. Ecco perché spesso sono maggiormente orientati agli aspetti sessuali, che sembrerebbero l’ultima spiaggia per tenere in piedi una relazione che molta probabilità non regge, piuttosto che iniziare a capire aspetti legati a sé stessi e a cosa è necessario cambiare.
Così succede anche quando questi uomini arrivano in consulenza con le partners. L’atteggiamento più frequente è quello che vede la coppia come il patibolo dove mettere alla ghigliottina il portatore della problematica sessuale. Questo accresce l’ansia, la sfiducia, ed in generale spesso si è davanti a donne che, frustrate dal punto di vista sessuale e anche affettivo, non sarebbero capaci in realtà di scegliere partner diversi da quelli che hanno, perché loro stesse incapaci di sapere quello che vogliono. Nella coppia non si parte mai da due livelli diversi, ma i due partners spesso condividono aspetti e stili relazionali. Il problema è una possibilità di evoluzione, o una richiesta di evoluzione. Spesso ho notato che queste donne si comportano come “psicologhe all’ultima spiaggia“: prendono tutto ciò che il clinico dice, lo digeriscono e sputano un bolo avvelenato ai loro partner. Spesso si sono informate sulla disfunzione erettile, l’eiaculazione precoce, parlano di Kaplan (pioniera della terapia sessuale) e scomodano persino Freud. Basterebbe parlare di loro.
In genere queste coppie mostrano molta chiusura, poco affetto, spesso per incapacità di darlo, ed in generale sono intrappolate in un girone dantesco dove rimangono dannate ad inseguire un ideale di vita sessuale. Per esempio “il sesso orale si fa perché è così” … e tante altre convinzioni, svuotate di significato. Una scatola vuota dove ruotano due mondi, aspetti che non hanno ancora ricevuto un peso, un nome. Sono coppie poco propense a parlare del loro rapporto, e quando nella coppia è presente una “psicologa all’ultima spiaggia” il lavoro è ancora più complesso. Spesso è necessario anche un lavoro di psicoterapia individuale, che ovviamente se viene proposto verrà rifiutato, perché sopratutto nelle prime fasi la coppia vuole performare il sesso.
Sesso, sesso, sesso. E poi? Il compito del clinico è riconoscere in questi casi l’impossibilità di poter procedere ed affermare a chiare lettere il proprio rifiuto per intraprendere, anche se per poche sedute, come spesso succede, un rapporto di questo tipo. Ci sono coppie e anche individui che poi accettano di lavorare su di sé, ma è bene dire che sulle problematiche sessuali è molto importante considerare queste possibilità. La sessualità è spesso il pretesto per non cambiare, è l’ancorarsi ad un ideale di coppia e di vita sessuale che non c’è, per evitare di guardare quello che si è. Dietro tutto questo spesso ci sono problemi di coppia più importanti, a volte l’incapacità di riconoscere che la storia è finita. Il rischio di queste coppie è quella di considerare il mondo degli psicoterapeuti come un pellegrinaggio di Lourdesin attesa che  qualcuno  dica loro che la sessualità salverà le loro esistenze.


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