Schemi disfunzionali psicologico-relazionali: cosa sono?



La declinazione costruttivista dell’approccio cognitivo-comportamentale si basa sul presupposto che non esiste una realtà oggettiva, uguale per ogni persona, ma che esiste una realtà fortemente connotata da chi la guarda. Questo significa che ognuno crea la propria realtà, la costruisce seguendo le proprie regole interne, frutto del suo mondo interiore e delle sue esperienze di vita, e la mette “in dialogo” nell’interazione con altro. L’ obiettivo dell’intervento cognitivo costruttivista, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche e dopo una ricostruzione dei meccanismi psicologici con cui si struttura la conoscenza di sé e del mondo, è il superamento del disagio emotivo e relazionale.
Affinché questo avvenga, una psicoterapia non può essere un parlare con un terapeuta senza una bussola. A tal fine, tutti i modelli di terapia più moderni definiscono degli obiettivi di intervento. Nell’ambito della psicoterapia cognitivista, una bussola nella strutturazione dell’intervento su una persona è rappresentato dal concetto di schema. In generale lo schema racchiude una modalità organizzativa dell’apparato psichico dell’individuo, che ne orienta il suo funzionamento e che funge da filtro nei processi di interpretazione delle esperienze vissute. Gli schemi possono organizzarsi su polarità positive o negative, possono favorire l’adattamento od ostacolarlo, e in generale possono avere una genesi precoce, nell’infanzia, o tardiva, nell’età adulta.
Nel 1957 Leon Festinger elaborò la teoria della dissonanza cognitiva, secondo cui un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza cognitiva); al contrario, si verrà a trovare in difficoltà discriminatoria ed elaborativa se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti. Questa incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva che l’individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico che essa comporta; questo può portare all’attivazione di vari processi elaborativi, che permettono di compensare la dissonanza. La teoria sottolinea come l’uomo tenda sempre ad essere coerente con sé stesso nel modo di pensare e di agire. Se per qualche motivo si scontra con una situazione che genera incoerenza (o dissonanza), mette in atto delle razionalizzazioni che gli servono a ridurre tale discordanza e la conseguente sensazione di disagio psicologico.
Il discorso sulla teoria della dissonanza cognitiva è stato chiamato in causa perché tendenzialmente gli schemi cognitivi che orientano il funzionamento di una persona tendono ad essere egosintonici, ovvero la persona li mette in atto automaticamente e si orienta verso quelle situazioni che gli permettono di attivare lo schema. Tutto questo per una questione che ha a che fare con ilmantenimento di una coerenza del Sé, ovvero, dentro quel funzionamento ci si sente se stessi, talvolta anche se questo causa sofferenza.
In questo senso la psicoterapia diviene certamente un intervento tecnico, ma allo stesso tempo flessibile, perché ogni persona non aderisce mai completamente ad una categoria di schemi, ma diviene una personale costellazione di temi che compongono uno schema. L’individuazione tecnica di una tipologia di schema consente al terapeuta e alla persona di orientarsi in una fase iniziale, specie di definizione di obiettivi di intervento. Questo succede perché nell’ottica costruzionista l’attivazione di uno schema non segue un gradiente di gravità oggettiva; infatti, due persone diverse possono presentare uno schema di funzionamento simile sebbene le loro esperienze siano state qualitativamente molto differenti, in termine di eventi.
A qualsiasi terapeuta cognitivista o che usa la terapia cognitiva è ben noto che lo schema rappresenta ciò che la persona conosce molto bene e che in un certo senso viene considerato come “giusto“, sebbene il termine più adatto possa essere “coerente“. Tutto vero, a prescindere dal grado di sofferenza che la persona può portare. In questo senso gli schemi sono fortemente saldati nell’organizzazione di senso di una persona e tendono a resistere, non perché questo debba essere letto, come faceva il vecchio Freud, una resistenza della persona, ma perché è nella natura del lavoro terapeutico affrontare delle forze che sono strettamente connesse con il mantenimento di coerenza. Ogni terapeuta adeguatamente addestrato sa bene di cosa si tratti ed è adeguatamente equipaggiato per far fronte alla situazione.
Un aspetto fondamentale nel fronteggiamento degli schemi è una buona alleanza terapeutica, ovvero il rapporto tra terapeuta e paziente per quel che concerne la relazione che portano avanti e gli obiettivi dell’intervento, che funge da base sicura per la ristrutturazione, disattivazione degli schemi maladattivi e cambiamento. In questo senso sul concetto di egosintonicità degli schemi è bene dire che questo esprime una condizione molto naturale, ovvero, la ricerca e attrazione per quelle situazioni che attivano gli schemi, la ricerca di ciò che è noto e conosciuto, al di la della sofferenza. A questo segue un’analisi sulla genesi degli schemi, quando sono emersi, come sono stati mantenuti e in che modo hanno contribuito all’organizzazione di quel sistema, del funzionamento di quella persona.  Spesso si discute su quelli che sono stati i bisogni primari che hanno riguardato lo sviluppo di una persona. In questo senso il modellocostruttivista offre una lettura che ha a che fare con lateoria dell’attaccamento, un termine legato alle ricerche sullo sviluppo e sull’infanzia, in relazione ai legami che si creano con le figure di accudimento. Sulla linea dell’attaccamento ruotano altri bisogni primari che possono, nel caso di frustrazione o mancanza, contribuire alla genesi di embrioni, schemi, che fungono da orientamento nell’organizzazione del funzionamento di una persona. In questo senso, nell’ottica di una ricostruzione della genesi degli schemi, è sempre molto importante mantenere aperti più scenari, come per esempio il carattere su base temperamentale che può aver favorito lo scatenarsi di dinamiche di deprivazione e frustrazione nell’organizzazione di un sistema umano. Il lavoro sugli schemi maladattivi è sicuramente utile in tutte quelle psicoterapie che hanno come obiettivo un lavoro a lungo termine, ma risulta essere un ottimo strumento di lavoro anche per tutte quelle situazioni che vedono richieste d’aiuto su sintomi specifici, e terapie a breve-medio termine come ansia, depressione ecc …


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