“Pronto, parlo con il Dott. Viagra?” …



Le problematiche legate alla sessualità sono sempre esistite. In realtà sino a qualche tempo fa le persone preferivano non parlare con uno specialista dei propri disagi sotto le lenzuola. Sin da quando ho iniziato la mia attività professionale, le persone mi hanno spesso riferito la loro difficoltà a trovare uno specialista che si occupasse di sessualità, ed in effetti a Cagliari sono stato uno tra i primi sessuologi operativi, considerato anche il numero di colleghi provenienti da scuole di formazione quadriennale in terapia sessuale, ed esclusi quelli che si sono formati in giornate di studio in sessuologia o master annuali. Attualmente a livello europeo viene riconosciuto sessuologo chi aderisce alla Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica e chi proviene da una delle quattro scuole di formazione quadriennale. Tutti gli altri sono consulenti in tematiche sessuologiche. Questa confusione di figure professionali che operano nell’ambito della sessualità alimenta confusione, in primo luogo per la pressante richiesta da parte dei pazienti ed in secondo luogo per la confusione che le persone hanno rispetto le loro problematiche sessuali.
Una prima difficoltà che si incontra con le persone che soffrono di un disagio sessuale è quello di fornire una cornice operativa su cui muoversi. Spesso i pazienti sono molto ansiosi, e in maniera molto più forte rispetto ad altre problematiche psicologiche portano l’urgenza di risolvere subito il loro disagio. Da qui nascono tante soluzioni psico-viagra.
Pronto, lei è il dottor Viagra? avrei bisogno di un appuntamento con lei, possibilmente stasera, perché sabato ho un incontro con una ragazza e non mi si alza proprio“.
Questo è solo un esempio di tanti. Ciò che spesso succede, è che da qualche parte questa richiesta viene accolta, per tutta una serie di motivi e per i quali non mi dilungo. Ciò che noto è che le persone stanno apprendendo che le problematiche sessuali sono difficoltà che possono essere superate con “consigli“, pasticche e psico-viagra. Spesso sono pazienti che non sono molto propensi e motivati ad intraprendere un percorso di tipo psicologico per il loro problema sessuale. Così, tanti dottori psico-viagra accettano queste richieste facendo sicuramente un danno, ovvero quello di alimentare una sfiducia verso la categoria degli psicologi, fallendo nel processo di cura della disfunzione, o nella peggiore delle ipotesi, ritrovandosi dopo poche sedute davanti ad un abbandono da parte del paziente.
Mi rendo conto, che anche l’ultimo articolo comparso sull’Unione Sarda di ieri abbia parlato di disfunzioni sessuali e del loro trattamento in medicina di base, senza aver minimamente parlato dell’integrazione di questa diagnosi e cura con lo psicologo e tantomeno con un sessuologo clinico. Ciò che spesso accade nella realtà clinica è che, a seguito di continui fallimenti terapeutici da parte della terapia farmacologica, questi pazienti, vengano mandati come ultima spiaggiadallo psicologo.
Ovviamente questa non è una buona strategia terapeutica, perché lo psicologo/sessuologo dev’essere previsto sin dalle prima fasi di contatto del paziente e la discussione sul progetto terapeutico dovrebbe essere integrato.L’efficacia di un approccio integrato è ormai largamente dimostrato in letteratura sessuologica.
Ultimamente vanno molto di moda i protocolli per le disfunzioni sessuali, lopsico-viagra, ma in realtà, non essendo le persone dei PC, hanno certamente bisogno di approcci personalizzati e cuciti addosso, caso per caso, perché c’è chi risolve per esempio una disfunzione erettile in pochi incontri, chi ha bisogno di più tempo, anche un anno e mezzo. Il protocollo è un equivalente della pubblicità per il Viagra. In questo senso il rischio della sessuologia clinica è quello del divenire troppo “commerciale” se si pensa a questo e alle campagne pubblicitarie che sono state fatte.


L’eiaculazione precoce è una condizione medica. Sicuramente nell’eiaculazione precoce ci possono essere delle possibilità legate alla presenza di problematiche mediche, ma non tutti i casi lo sono, e spesso questa può essere risolta con una buona psicoterapia e terapia sessuale. Perché lo spot non ha parlato di cause psicologiche, mediche e relazionali? 
Essendo una condizione medica, le soluzioni esistono. Così dice lo spot. Cosa potrebbero essere? Farmaci?  Spesso gli uomini soffrono di disfunzioni sessuali di natura psicogena e relazionale. Cosa verrà detto a questi? E’ molto frequente che nonostante la presenza di una disfunzione su base psicogena, l’ansia del paziente venga mal gestita dal medico, che per “dargli una pacca sulle spalle“, e liberarsi del peso, gli prescrive il farmaco: una perfetta bacchetta magica. Questo ha una ricaduta specie se il paziente ha contattato, come spesso capita, anche uno psicologo. L’effetto sarà quello di abbandonare la terapia psicologica, specie se il medico non prende contatto con lo psicologo, a favore di un immediato risultato per una terapia medica. Due sessioni di sesso riuscite bastano per portare il paziente a questa decisione e sollevare l’animo del medico. Questo fa si che il paziente per un po’ usufruisca del vantaggio del farmaco, ma quando poi se ne vuole liberare e non “medicalizzare più la sua sessualità“, risprofonda nel sintomo non risolto.
Potrete raggiungere il benessere di coppia. Lo spot dice questo. La domanda che pongo è questa: il benessere di coppia è solo quello sessuale? E a letto, quante cose “non dette” della coppia si portano?
Il discorso è che spesso, eliminando in maniera medica il sintomo, non si affrontano le tematiche che stanno sotto. In definitiva si riabilita un pene, ma non si aiuta la persona ad integrare e comprendere la complessità del problema che porta.In questo senso esistono anche i riabilitatori di peni, ma non si chiamano sessuologi.
L’intervento sessuologico è sempre inserito all’interno di un progetto terapeutico più complesso. Spesso si sperimenta un problema sessuale ma dal punto di vista operativo questo significa aprirsi a più possibilità di intervento, ed abbandonare l’ansia che il paziente ha per la riabilitazione del proprio pene in tempi brevissimi. La sessuologia clinica è spesso vista come “pillola psicologica”, ma è bene già da qui pensare che ci si confronterà con un intervento di tipo psicologico a tutti gli effetti, e per questo è bene che sia sin dall’inizio disposto a farlo. Il trattamento delle difficoltà sessuali nasce nel lontano passato come tecnica comportamentale autonoma (un prototipo degli attuali “protocolli”), sebbene nel tempo si sia arricchita degli apporti di vari orientamenti delle scienze psicologiche, e nelle ultime speculazioni attraverso approcci integrati medico-psicologici, perché la problematica sessuale è un processo psico-somatico e somato-psichico.
Lo scopo è sicuramente il depotenziamento del sintomo e il mantenimento del risultato raggiunto.Così come in una dieta per mantenere il peso raggiunto non sarà sufficiente ingerire le quantità di cibo prescritte, ma sarà necessario modificare le abitudini alimentari e di vita, allo stesso modo affinché la risoluzione di un sintomo sessuale sia stabile, sarà necessario cambiare i comportamenti, le emozioni, le convinzioni sulla sessualità, e certamente l’interazione di coppia. Ogni coppia è diversa da un’altra e la strategia di intervento sarà diversa per ogni caso. A volte un problema sessuale parla di un problema di coppia, e certamente se si riabilita un pene questo benessere di coppia tanto auspicato verrà meno.

Leggi articolo Unione Sarda 30/03/14:
http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_italiana/2014/03/29/sesso_dal_medico_addio_tab_l_esame_nei_check_up_ambulatoriali-5-360776.html
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Buon lunedì!




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Soffrire per amore



Se soffro sto amando?
Le relazioni hanno una duplice valenza, possono aiutarci, possono portarci alla dannazione. Ci sono storie d’amore che ci fanno ammalare. Una convinzione che è largamente sostenuta da un punto di vista culturale è che ama davvero chi soffre chi soffre. Un po’ come tanti classici di letteratura ci hanno insegnato, pensiamo aiLeiden des jungen Werthers, nella traduzione italiana “I dolori del giovane Werther” di Goethe.  Werther incontra Lotte ad un ballo, e presto scopre di non poter coronare il suo crescente desiderio affettivo, perché Lotte già promessa in sposa ad Albert. Werther non si libera facilmente dell’ossessione per Lotte ed è lei stessa a porgergli le pistole con le quali si ucciderà.
Ci sono donne, ma anche tanti uomini che sentono la propria autenticità nel patire le pene dell’inferno per conquistare il proprio amato/a, sfuggente, anaffettivo/a, strisciante. La cultura è un prodotto dell’essere umano, e tale convinzione non ha fatto altro che dilagare come un cancro nella letteratura, nelle opere d’arte, e continua ad esserci anche nelle più recenti fiction e soap opera: donne che soffrono per amore, davanti a uomini dagli occhi vitrei, algidi, dove l’unico fuoco di paglia che riescono ad attivare è un impasse sessuale. E dopo il fuoco di paglia, di nuovo il tormento. Lo stesso vale per uomini che vanno dietro a donne, il cui unico gesto d’amore é passare sopra il loro petto con i tacchi a spillo, o prenderli al guinzaglio come un cagnolino e portarli a svuotare il loro portafogli nel primo negozio di borse in pelle di coccodrillo della città. Uomini e donne la cui vista si ferma agli occhi, e al terrore di perdere lo specchio che afferma la loro bellezza e acume, che garantisce loro l’immagine di Narciso che si specchia sul lago. Spesso soffrire diventa esaltazione e glorificazione per una persona che in realtà non è interessata, e se si interessa, lo fa solo nei momenti in cui gli si fa da specchio che gli dice che è “il più bello/la più bella del reale”. Perché si, ogni tanto qualche osso senza polpa viene dato. Si, amori non ricambiati e relazioni decisamente tossiche, che dovrebbero essere interrotte immediatamente. Così tante donne e uomini, che in fondo credono che la profondità dell’amore si misuri con il grado di sofferenza provata, trovano conferma in questi esempi e cristallizzano matrici affettive con un marchio a fuoco: amare significa soffrire ed essere deprivati nei propri bisogni affettivi più profondi. E così si risprofonda in una palude, in solitudine. Tutto diventerebbe probabilmente più noioso se venissero proposti modelli di relazioni che funzionano. Relazioni mature, reciproche, che producono affetto, intimità, rispetto. E perfino certe donne, ma anche alcuni uomini, si annoiano all’idea di non soffrire per amore. Non lo sentono vero. C’è sempre l’idea di “conquistare la statua di cristallo“, e questa richiesta è spesso molto attivante in certi soggetti. La consapevolezza della pericolosità di questo messaggio sull’amore che sempre più spesso, e talvolta anche in maniera violenta viene proposta, è importante che orienti verso una graduale rinuncia di tutto ciò che è “conquista”, di tutto ciò che è “sentire il tormento” per un amore che non c’è, e accettare di essere visti da occhi che vedono, e non da occhi vitrei, essere toccati da cuori che battono, ed essere riscaldati dal calore di un abbraccio.
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Nella Stanza di uno Psicologo su Tiscali Blog



Da qualche mese "Nella Stanza di uno Psicologo" è presente nella piattaforma Tiscali al seguente indirizzo: http://antonio-dessi.blog.tiscali.it

In pochi giorni la redazione Tiscali ha considerato i contenuti del blog affidabili ed ha inserito il blog tra quelli raccomandati. Questo significa che ogni volta che verrà pubblicato un articolo questo apparirà nella pagina generale www.blog.tiscali.it e sarà visibile ad un maggior numero di utenti.

Dopo qualche giorno il blog ha ottenuto il suo primo riconoscimento occupando la prima posizione nella classifica blog. Nella Stanza dello Psicologo è stato Blog del Giorno con il suo articolo Errori che si ripetono:essere genitori.
In poche ore l'articolo ha avuto visualizzazioni a tre zeri e questo è sicuramente un riconoscimento per il quale ringrazio tutta la redazione di Tiscali per aver dato rilievo al mio lavoro e di aver messo in vista un articolo al quale tengo tanto.
Il blog rimarrà aperto anche sulla piattaforma di Blogspot.com per consentire a tutti coloro che già lo conoscono di poterlo trovare agevolmente e per proseguire il lavoro di sharing con le piattaforme con cui ho già attivato una collaborazione da tempo, tra queste Intopic.it e Paperblog.com, le cui redazioni trasmettono  i miei articoli nelle sezioni Sessualità, Psicologia, Salute e Benessere, e Coppia.

Vi invito a visualizzare il blog anche sulla piattaforma Tiscali, sopratutto perché è presente una più agevole interfaccia per la condivisione dei miei articoli su socialnetwork, quali Facebook e Twitter e una più facile modalità di interazione, ovvero, è possibile postare dei commenti ed interagire con altri utenti che postano i loro. Anche qui su Blogspot.com è possibile, ma la piattaforma Tiscali offre una modalità più semplice da individuare.

Vi ringrazio per la vostra presenza qui, per le quasi 100.000 presenze su questo blog, e vi aspetto al mio prossimo articolo. Oggi è presente un nuovo articolo che discute di orgasmo femminile a seguito dell'uscita della macchina salva-sesso brevettata da un'Università americana. Date un'occhiata, e se volete commentare venite a trovarmi sulla piattaforma Tiscali, avrete possibilità anche di condividere il mio articolo più facilmente.

Ringrazio anche tutti coloro che seguono la finestra facebook del blog. Le condivisioni dei miei articoli sono sempre tantissime. Grazie a tutti...

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La perfezione




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Invidia: la dinamica del serpente



Se l’invidia è un serpente , serve la fecondazione, un uovo e dopo la nascita, una tana dove stare. Non ho mai conosciuto un invidioso.
Ho conosciuto persone ammalarsi per il veleno del serpente.
(Antonio Dessì)

L’invidia è un’emozione molto complessa, dolorosa e appartiene a quelle emozioni definite “sociali” che tutte le persone possono provare o aver provato.  Invidia deriva dal latino in-videreguardare contro, guardare con ostilità e può essere definita come quello stato d’animo in cui prevalgono il desiderio di possedere ardentemente un qualcosa che qualcun altro ha, oppure il desiderio che l’altro perda ciò che ha o rappresenta.
Grimilde è la strega cattiva della favola di Biancaneve, che non riesce a godere della sua immensa fortuna tanto che perseguita una giovane orfana di cui invidia la bellezza e l’innocenza. Perché una donna bella e potente invidia una povera orfana?  Prova fastidio nel vedere quella persona felice.  Ma gli invidiosi non sono tutti “streghe cattive” contro “povere angeliche Biancaneve” che mangiano mele e che provano solo sentimenti di beatitudine.
L’iconografia classica non propone l’invidia come un’immagine di una bella donna, ma al contrario, l’invidia è una vecchia donna, gobba, misera, che si strappa serpenti dai capelli e li lancia contro gli altriTutte le persone possono provare invidia, essendo questa un’emozione umana. Il limite disfunzionale è dato dal fatto che alcune persone, accecate dal sentimento di invidia, iniziano ad attuare comportamenti che sono volti a danneggiare la persona invidiata.
L’invidia è un’emozione di cui spesso le persone non si rendono conto e che passa inosservata proprio perché, come un serpente, può strisciare silenziosamente attraverso comportamenti apparentemente meno eclatanti o suggestivi, per esempio distruggere qualcosa della persona invidiata o farle un dispetto, ma anche attraverso comportamenti più raffinati e socialmente accettati, tra questi per esempio il pettegolezzo, sparlare, svalutare l’invidiato. L’invidia striscia silenziosamente anche a chi la prova.
Spesso il vissuto della persona che invidia può essere confuso, nel senso che può non prendere contatto con il proprio sentimento di invidia, e tendenzialmente è “più pensato” che “sentito“. Questo significa che spesso l’impalcatura razionale funge da tana per la parte più emotiva. Spesso questo succede perché riconoscere di essere invidiosi mette il soggetto davanti ad altri sentimenti molto più penosi e frustranti (senso di colpa, angoscia di aver distrutto qualcosa…) ed in generale apre un varco verso la psicologia dell’invidioso, che spesso, nonostante le sue doti, ha una profonda disistima di sè, delle sue capacità, e non riesce a centrare degli obiettivi concreti per poter sviluppare e portare se stesso/a verso un’evoluzione.
E’ scorretto pensare che siano solo le persone “poco dotate” a provare invidia per “persone più dotate“, perché in realtà, come diceva Nietzsche l’invida nasce quando uno è desideroso, ma non ha prospettive. E’ un sentimento democratico, colpisce tutti, e tutte le classi sociali. Le sfumature sono certamente variegate, ma è frequente riscontrare come il germe dell’invidia si sviluppi all’interno di relazioni molto significative. Spesso anche all’interno delle coppie. Sembra strano, eppure ci possono essere partner che al di là di dimensioni più funzionali del rapporto possono covare un serpente per il partner, il cui uovo si schiude spesso in life events significativi per la coppia. Tale dinamica solitamente si basa su questioni che risultano essere irrisolte e sulla distanza emotiva che viene riempita dal veleno, talvolta anche accompagnato da rabbia, per qualcosa che si ritiene che l’altro abbia avuto e invece l’invidioso no. Pensiamo a quanto in una coppia entrino in gioco per esempio le dinamiche con le famiglie d’origine e con le proprie storie personali.
La persona che prova invidia ha uno sguardo inconfondibile, quasi vitreo, la pelle trasmette la sensazione di freddo, come la pelle del serpente, e il calore è dato dal fuoco artificiale di parole, da quella struttura razionale che evita lo smascheramento. Ti guarda un po’ storto. Sarebbe troppo penoso ammettere l’invidia e riconoscere spesso che l’altro, che con gli occhi verdi dell’invidia si vede come un “miracolato”, in realtà ha avuto le sue sofferenze, le sue difficoltà, e che in un modo o nell’altro ha tentato comunque di essere felice in qualche modo.
Chi prova invidia è sempre molto rigido nel pensare che un’altra persona, o anche un gruppo, abbia delle cose che lui/lei crede di non avere. Lo scopo è sempre di tipo aggressivo perché il veleno del serpente fa accedere l’invidioso ad una dimensione del pensiero chela persona invidiata sia la difficoltà al raggiungimento di un proprio scopo. Se si ascoltano le parole di un invidioso, ci si rende subito conto che sono completamente svuotate di sentimento, che sono taglienti come coltelli, pur nella loro semplicità. L’invidioso, che non è una “belva rara“, è presente nella vita di tutti i giorni e sicuramente nella vita di ognuno si ha avuto modo di interagire. Chi prova invidia può anche mostrarsi amorevole con l’invidiato.
E’ un’emozione sociale, e di conseguenza è possibile provarla in relazione con un’altra persona o con un gruppo di persone. Questo significa che può essere risolta, nonostante la penosità nell’ammettere i propri sentimenti.Non esiste l’invidioso, ma si soffre per la produzione di un veleno che si chiama invidia. Alla base può esserci anche la difficoltà di mettersi in contatto con il vissuto e le emozioni dell’altro, ma con un veleno in circolo è il minimo che possa avvenire. Nelle coppie questo viene spesso spostato su altre questioni, e c’è sempre un terzo che viene nominato. Spesso in questi casi le persone parlano di gelosia, ma, come sostengo sempre, essendo inseriti in una rete intersoggettiva, la dinamica dell’invidia porta con sé diverse cose: inizio e mantenimento della relazione sono aspetti peculiari.
Per la nascita di un serpente non basta una persona. 
Uno degli scopi che nella mente di chi prova invidia vengono ostacolati dall’invidiato è il potere. L’invidioso spesso si confronta con sentimenti che, spesso inconsapevolmente, riguardano il ritenere una persona potente o comunque una minaccia al suo scopo di ottenere potere. Il potere può essere di vario tipo e può avere a che fare anche in relazioni a gruppi. La dinamica cognitiva sottostante è quella di “non avere meno potere di…”  e anche “avere più potere di…” . Questo scatena il sentimento di invidia. Riuscire ad avere più potere dell’invidiato garantisce il mantenimento di una buona immagine di sé e rende la persona, a sé stessa, più ricercata e di valore. In questo caso ovviamente non si invidia a caso, ma si invidia chi ha “raggiunto” scopi relativi all’immagine riferiti a cui egli/ella stesso/a vorrebbe essere ammirato/a e apprezzato/a.
Questo non basta, perché a questo subentra un meccanismo di attribuzionenel senso che se la persona non raggiunge il proprio scopo sarà in grado di “strisciare” ed giustificare il suo mancato raggiungimento a cause esterne e non alle sue caratteristiche intrinseche. Questo ha una funzione molto importante nel mantenimento della sua auto-immagine.
Le componenti della dinamica presente nella persona che prova invidia sono tre:
  1. Il confronto di potere che l’invidioso fa con un altra persona rispetto ad uno scopo;
  2. L’esito negativo del confronto. L’invidioso ritiene avere meno potere;
  3. Il sentimento che prova verso l’altro, associato allo scopo che questi non raggiunga i propri scopi.
Le ragioni della persona che prova invidia sono spesso legate alla visibilità dell’altro, ed è come se quella persona gli/le togliesse visibilità, autostima, e la facesse sentire al di sotto. La visione è prettamente verticale, ma in generale possiamo dire che l’esibizione della superiorità è mal tollerata da un punto di vista sociale e scatena sicuramente dinamiche di invidia,perché sottolinea una presunta inferiorità dell’altro.
Psicologia dell’invidiato. Se esiste una psicologia di chi prova invidia, sicuramente inflazionata, esiste anche una psicologia dell’invidiato, che in questo gioco relazionale del “chi ha la tana per il serpente” svolge sicuramente un ruolo importante. Gli invidiati non sono certamente angeliche figure deturpate dal veleno di chi prova invidia. In generale gli aspetti più osservati negli studi di psicoterapia cognitiva sono quelli che studiano le difese che l’invidiato adotta nei confronti dell’invidioso. Gli espedienti sono numerosi. L’invidiato può, spesso inconsapevolmente, utilizzare la più classica, quella della “miseria“. Ovvero “fingere miseria” a vari livelli, o comunque nascondendo attivamente i suoi conseguimenti e la sua soddisfazione e anzi, unendosi ancora di più all’invidioso nelle lamentazioni per il triste destino comune.
L’alternativa è quella di cercare di consolare l’invidioso sottolineando glieffetti collaterali del proprio successo o ridimensionandone l’importanza.  Può invitare l’invidioso a festeggiare assieme a lui/lei, inducendolo implicitamente a tradurre lo scopo corrispettivo in uno scopo comune, con la speranza che il farlo partecipe della propria gioia ne riduca l’invidia. Può avvenire anche una ridistribuzione più o meno simbolica di quanto ha ottenuto, perché spesso è raro che i successi vengano ostentati. Per ostentarli bisognerebbe essere talmente sicuri della propria posizione da essere al riparo dai sentimenti d’invidia, oppure bisognerebbe che l’invidiato abbia a sua volta, anche inconsapevolmente, uno scopo aggressivo.
Come ben descrivono i colleghi Giusti e Frandina nel loro manuale “Terapia della gelosia e dell’invidia“, non esiste solo un’invidia cattiva. L’essere umano è in grado di provare anche una forma buona di invidia, che gli autori definiscono ammirazione. Questa è un catalizzatore di successo.
Le persone invidiose spesso in terapia risolvono i loro vissuti penosi lavorando su questo sentimento, utilizzandolo come leva orientata verso i propri scopi.  L’invidioso buono non auspica il fallimento dell’altro, ma il suo mantra è : “Se quella persona ci è riuscita, ci posso riuscire anche io“.
L’invidia negativa resta comunque una questione aperta. Certamente è un’emozione molto complessa, spesso proveniente da delusioni e disillusioni, ma più profondamente da esistenze che si avvelenano. Continuare a perseguire i propri scopi e sogni è certamente una buona strada, ma un primo passo verso il superamento di questo sentimento è quello di provare ad iniziare ad attribuire a se stessi ciò che non va o non è andato, attraverso una piena assunzione di responsabilità. L’invidia non è altro che un pianto verso il mondo, per la propria incapacità di sviluppare appieno le proprie capacità. Può essere superata. Nel serpente c’è il veleno e la sua soluzione.
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Sindrome Primaverile



Sicuramente se si presta un po’ di attenzione le variazioni climatiche e metereologiche causano delle variazioni percepibili sul proprio stato di benessere. L’immaginario collettivo vuole che variazioni d’umore vengano tendenzialmente pensate a periodi particolarmente freddi e grigi, come quelli  dell’inverno, e i suoi eventi, come per esempio il Natale, quest’ultimo in cui le persone soffrono maggiormente di disturbi dell’umore.
La primavera, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per alcune persone può essere un periodo dell’anno che può scatenare ansia, irritabilità e variazioni nel proprio stato d’umore.
Se la stagione invernale è più rischiosa per lo sviluppo di sintomi dello spettro depressivo, dovuto fondamentalmente alla riduzione delle ore di luce, ma anche allo stress proveniente dalle feste e il rientro a lavoro dopo le vacanze estive a partire da Settembre, la primavera non è una stagione meno rischiosa.
In tutte queste manifestazioni parliamo di Seasonal Affective Disorder (SAD), che impropriamente viene chiamata depressione stagionale, anche se in realtà la variazione stagionale favorisce l’emergere di un disturbo di tipo depressivo, talvolta latente, oppure può esacerbarlo. O in generale il contatto con l’esterno favorisce il fluire di nostri stati interni.
In Primavera, la variazione nelle giornate è differente, e la Sindrome Primaverile è maggiormente legata a manifestazioni più tipiche dei disturbi d’ansia. Questo non significa che chi già soffre di un disturbo depressivo viri verso un disturbo d’ansia, certamente se non viene trattato lo mantiene ma può risentire della variazione stagionale, come agente perturbante del proprio stato di benessere psico-fisico. A tal ragione, possiamo immaginare che persone che soffrono di depressione cronica, non adeguatamente trattata, possono provare freddo anche se fuori ci sono 40 gradi.
In generale a partire dalle prima giornate di primavera le statistiche dicono che tra Aprile e Maggio  un adulto su quindici, ovvero circa tre milioni di italiani, è colpito da una forma di disturbo affettivo stagionale primaverile, che determina, tendenzialmente ansia, irritabilità, stanchezza, mal di testa e insonnia. Nonostante il numero di persone coinvolte la sindrome è difficilmente diagnosticata in quanto è una delle forme meno conosciute di depressione e poco diagnosticata soprattutto dai medici di base. Il rischio di non ricevere un trattamento è quello della cronicizzazione del disturbo.
In generale nel quadro del disturbo affettivo stagionale si osserva una sindrome tipicamente primaverile che si esprime attraverso l’emergere di sintomi tipici dei disturbi d’ansia.  Infatti, è proprio in questo periodo che persone che hanno sofferto di sintomi ansiosi ne vedono una riacutizzazione. E’ scorretto dire che le variazioni climatiche causano i problemi d’ansia, ma è più corretto dire che queste variazioni sono perturbanti sul piano fisico e sicuramente psichico, e favoriscono il ripresentarsi di questa tipologia di disturbi, sopratutto in soggetti che non li hanno adeguatamente trattati con una psicoterapia.
Nel periodo primaverile molte persone riprendono o iniziano a soffrire di disturbi meglio noti come disturbi psicosomatici, che in genere in questo periodo vedono una riacutizzazione o anche una comparsa ex novo. In questo senso le persone spesso sottovalutano la natura ansiosa di questi disagi perché si presentano in assenza di quella che viene ritenuta una sintomatologia tipicamente ansiosa, come l’agitazione, il nervosismo, o altre forme di ansia libera (preoccupazioni, ecc…).
Tra le manifestazioni più comuni legate all’ansia, che prende una direzione somatica, e non una manifestazione libera come per esempio le preoccupazioni, troviamo tutti quei disturbi a carico dell’apparato digerente (colite, sensazione di nausea, gastriti, reflusso gastro-esofageo). Ancora, lemanifestazioni a carico dell’apparato respiratorio, come per esempio la “fame d’aria“.Disagi a carico dell’apparato muscolare, il classico “mal di testa“, il nodo alla gola, ma anche tutte quelle manifestazioni tipicamente chiamate “mal di schiena“. Ovviamente tutte queste manifestazioni possono essere definiteansia somatica se viene esclusa una diagnosi medica. Sono frequentissimi, e spesso sottovalutati come manifestazioni d’ansia anche dal medico di base, che, non essendo comunque uno psicologo, è preso dall’urgenza di eliminare un sintomo senza approfondire il vissuto emotivo del paziente.  Tra le altre manifestazioni tipiche della sindrome primaverile, o che si ripresentano con il cambio di stagione troviamo una categoria di sintomi pseudo-neurologici:sensazione di sveniretremori sopratutto in persone che sviluppano anche sintomi di tipo depressivo, o sentire le gambe “molli“. Certamente le persone possono storcere il naso e pensare che tutte queste manifestazioni possano essere di pertinenza medica, ma come ho già detto, escluse diagnosi mediche, l’ansia somatica è una delle prime responsabili di queste manifestazioni, che nel periodo primaverile riemergono.
La riacutizzazione o la comparsa di questi sintomi, siano questi appartenenti ad una tipologia di ansia chiamata “libera” e che ha a che a fare più con gli aspetti psichici del soggetto, siano questi più prettamente legati ad un ansia più somatica e quindi più legati all’espressione della propria mente attraverso il corpo, sono favoriti da alcuni aspetti:
1. Instabilità climatica
2. Aumento progressivo delle temperature
3. Aumento progressivo delle ore di luce e della sua intensità
I soggetti che tendenzialmente sviluppano sintomi d’ansia hanno una ripercussione sia da un punto di vista psichico, sia fisico.
Questo succede anche perché chi soffre d’ansia ha spesso bisogno di mantenere un controllo rispetto all’ambiente circostante, di minimizzare gli imprevisti, di prevedere, e questo viene ostacolato dall’imprevedibilità delle variazioni climatiche, che, come in queste giornate per esempio, possono vederel’alternarsi di giornate di sole, e serate di pioggia,  umidità e aria secca, e questo richiede un maggiore sforzo per quanto concerne la capacità di adattamento.
Per esempio chi soffre d’ansia, con l’aumento delle temperature, può avere una percezione di svenire, di avere le gambe molli, o di sviluppare paura di mancamenti, sopratutto se il soggetto tende a fissarsi sulle proprie sensazioni fisiche. La paura di soffocare è legata all’aria calda per esempio: la persona potrebbe pensare di respirare male perché gli sembra che la respirazione non apporti l’ossigeno che gli serve, e, di conseguenza, si spaventa e si concentra ancora di più sulla respirazione alimentando un circolo vizioso all’insegna dell’ansia e della paura di morire o perdere il controllo del proprio corpo.
Si parla di Sindrome primaverile perché con l’aumentare del caldo avviene un naturale incremento di melatonina, serotonina (neurotrasmettitori) e un aumento di cortisolo. Questo avviene in natura perché è necessario per affrontare le giornate più calde. Le persone che soffrono d’ansia scambiano queste variazioni neuro-endocrine, che si manifestano attraverso un attivazione fisica maggiore ma anche psichica, come aumento di ansia. Questo di fatto l’ansia aumenta veramente e porta spesso il soggetto a strutturare un vero e proprio disturbo.
L’aumento di intensità della luce può inoltre causare direttamente sensazioni sgradevoli come quella di sentirsi storditi, che nella persona che soffre d’ansia diventa rapidamente paura di svenire, di perdere il controllo, di cadere a terra.
Un discorso a parte viene fatto per le persone che soffrono di ansia sociale, perché in questo periodo è più facile incontrare le persone e avere più possibilità di essere coinvolti in attività sociali. Infatti, si esce di più, si fanno passeggiate, si esce a fare una corsetta verso il mare, si esce il centro a mangiare un gelato ecc…Le persone che soffrono di ansia sociale possonoricevere più inviti ad uscire, e in un certo senso ad uscire dalla quella tana rassicurante che in genere per queste persone è l’inverno. In generale poi, il maltempo, le giornate fredde ecc… rappresentano spesso degli aspetti che chi soffre di questa tipologia di ansia, utilizza per declinare inviti. Ma non solo questo ovviamente. Il discorso si basa esclusivamente su quelli che sono gli aspetti legati alle variazioni climatiche e metereologiche, ovviamente la struttura di un disagio legato all’ansia sociale è ben più complesso e non riducibile a questo.
Inoltre in questo periodo dell’anno si inizia a scoprire il corpo. Si inizia con le T-shirt, abiti più leggeri e per tante persone dover mostrare di più il corpo riporta a contatto con le insoddisfazioni per il proprio aspetto e con il confronto con gli altri. Chi tende ad elaborare questa esperienza sviluppando ansia, tendenzialmente sopravvaluta le qualità altrui e sottovaluta le proprie, concentrandosi eccessivamente sui propri difetti, sentendosi incapace di valorizzare i propri pregi e di farsi apprezzare o di prendere delle iniziative (dieta, palestra, …) quando oggettivamente ne trarrebbe vantaggio.
La Sindrome Primaverile rappresenta sicuramente un momento in cui molti aspetti della propria vita possono emergere. Il ragionamento alla base è sempre quello di considerarli come vantaggi o svantaggi. Potrebbe sicuramente rappresentare una risorsa preziosa per poter affrontare questioni irrisolte e che ciclicamente ogni anno si ripresentano con il fiorire dei mandorli.
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La Ciociara dallo Psicologo



 Un giovane psicologo si trovava nel suo studio a studiare e rivedere i casi seguiti durante la settimana. Ad un certo punto squillò il telefono. La voce composta e posata di una donna chiedeva informazioni sulla possibilità di fissare un appuntamento di consulenza, con urgenza. Lo psicologo le spiegò che poteva riceverla non prima di una decina di giorni. La donna accettò.
Arrivate le 16 del giorno dell’appuntamento con la flemmatica donna, il campanello suonò un minuto prima. Giusto il tempo di fare due rampe di scala e la donna si presentò allo psicologo. Elegante, composta, velata dai cosmetici, avvolta da un cappotto bianco candido a collo alto e stretto in vita e da un’inconfondibile profumo Chanel.
Come mai lei oggi è qui?” domandò lo psicologo.
La donna poggiò i gomiti sulla scrivania dello psicologo, chinò il capo, ingentilito da un’acconciatura anni 60 e iniziò a parlare. “Dottore, non riesco più a tenere in testa il peso delle preoccupazioni, ci penso tutto il giorno e tutta la notte“.
La donna riferiva di attraversare un momento difficile dal punto di vista economico, un figlio problematico e un marito che ormai non la considerava più.
La conosco da pochi minuti“, disse lo psicologo, “Ma mi ricorda tanto Sophia Loren nel …“.
La donna, immaginando lo psicologo le stesse facendo un complimento, sorrise gloriosa, e si perse nei pensieri… 

Signora….” disse lo psicologo
Si, Si, la ascolto“.
Dicevo che lei mi ricorda tanto Sophia Loren nel film la Ciociara. Ha presente la scena dove lei scappa con la figlia con le valigie sul capo? Era il tempo della guerra, un po’ come quello che lei mi sta raccontando“.

Quanto potrebbe pesare la valigia della Ciociara?
Ma che domande fa dottore, che ne so!!” Quasi infastidita.
Ci provi“.
Forse aveva poche cose da prendersi, facciamo 4 kg“.
Durante tutto il film per quanto tempo, “la Ciociara” prende sul capo una valigia di 4 kg?
Dottore, per poco tempo. Credo giusto nel momento in cui va via con la figlia“.
Ecco. Se lei tiene 4 kg sul capo per 1o minuti, si sentirà stanca quando poggerà la valigia a terra. Avrà dolori al capo, alle braccia ecc…“.
Si certo” disse la donna.
Ma se lei dovesse girare per tutto il giorno con una valigia di 4 kg sul capo, cosa mi direbbe?
Sarei sicuramente più stanca dottore“.
“No, non è la sua stanchezza che mi interessa. Se nel suo pellegrinaggio giornaliero con la valigia di 4 kg si fermasse un attimo e senza sapere quanto pesa si chiedesse: Quanto pesa?”
Dottore almeno 40 kg“.
E se chiamassimo la valigia con un altro nome, per esempio preoccupazioni?
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Auguri a tutti i papà



Non è la biologia che fa un padre. E’ la capacità di amare un essere umano e aiutarlo a volare il più alto possibile, con tutto quella che ha. E poi guardare il suo piccolo divenuto ormai grande andare via e poter gioire della grandezza del suo amore nel sapere di aver fatto tutto affinché il volo fosse più alto di quanto lui si aspettasse  (Antonio Dessì)
Oggi è la festa del papà e sono tantissimi coloro che simbolicamente festeggeranno questa giornata con i propri figli.
Inutile dire che la figura paterna è importante quanto quella della madre nello sviluppo di una persona. Hanno delle funzioni diverse. Inutile dire che davanti alla nascita di un figlio il papà vive una condizione molto particolare, tutto avviene fuori da lui: la gravidanza, il parto, e spesso si ritrova ad essere spettatore di ciò che accade tra la madre e il figlio.  Questo sguardo esterno assume per la coppia madre-figlio nei primi mesi ma anche successivamente, un ruolo più che centrale per la costruzione della storia del proprio figlio. E’ uno sguardo esterno perché non è con-fuso con la coppia madre-bambino.
La sua funzionalità si esprime allorquando sia la mamma che il piccolo lo sentono come l’altro che si interpone tra di loro e si intromette nella loro intimità e darà nel tempo la serenità all’una, se saprà accoglierlo, e la possibilità all’altro di favorire il distacco dalla fusione dell’unione primordiale con la madre.
Essere papà non è una questione di biologia, è una funzione fondamentale per la crescita del proprio figlio/a.  Questo “altro” sarà colui al quale il piccolo si rivolgerà per abbandonare il collo della mamma ed è rappresentativo di tutti gli “altri” con cui il piccolo dovrà nel tempo confrontarsi.
L’intento di questo articolo non è certamente quello di scrivere sulla funzione paterna, credo di farlo in altre occasioni. Vorrei semplicemente inviare a tutti i papà che conosco, a quelli che non ci sono più e oggi ricevono un fiore o un pensiero, a quelli che sono papà biologici, a quelli che non lo sono, ma che svolgono la loro funzione paterna in maniera eccellente. Un augurio speciale a tutti i papà con i quali ho modo di lavorare ogni giorno, alcuni anche molto giovani e che ho visto diventare papà durante il lavoro con me, per ciò che mi insegnano su questa difficile funzione, e su quanto sia delicato all’interno della funzione genitoriale tra madre e padre trovare un equilibrio.
Auguri a tutti i papà che indirettamente ho avuto modo di conoscere, nei loro errori, nelle loro fragilità, e in tutto quello che sono stati in grado di offrire, sin dove potevano.
Tutto questo mi ha aiutato e arricchito a capire l’importanza di una funzione così così importante nella crescita di un individuo.
Vorrei chiudere con una lettera che Albert Einstein ha scritto a suo figlio undicenne, Hans Albert, nel 1915 prima di pubblicare i suoi studi sulla relatività.
Quando Einstein scrive questa lettera, il 4 Novembre del 1915 si trovava a Berlino e aveva appena terminato un articolo di due pagine che avrebbe cambiato la storia della fisica. La lettera è indirizzata ad Hans, il figlio undicenne, e la piccola Tete, che vivevano a Vienna con la madre.




Mio caro Albert,
ieri ho ricevuto con grande gioia la tua cara lettera. Avevo già paura che non mi avresti scritto mai più. Quando sono stato a Zurigo mi hai detto che per te è strano quando vengo lì. Perciò penso sia meglio incontrarsi in un altro posto, dove nessuno potrà metterci a disagio.
In ogni caso farò in modo di passare ogni anno un mese intero insieme, per dimostrarti che hai un padre che tiene tanto a te e che ti vuole bene. Da me potrai imparare molte cose utili e belle, cose che altri non possono insegnarti facilmente.
Ciò che ho realizzato lavorando così strenuamente non dovrà essere utile solo ad estranei, bensì, e specialmente, ai miei ragazzi.
In questi giorni ho portato a termine uno dei lavori più belli della mia vita e quando sarai più grande te ne parlerò.
Mi fa molto piacere che il pianoforte ti appassioni. Il pianoforte e la falegnameria sono a mio avviso le attività migliori da svolgere alla tua età, perfino meglio della scuola, perché sono molto adatte a persone giovani come te.
Al pianoforte, suona principalmente brani che ti piacciono, anche se l’insegnante non te li assegna. È questo il modo più efficace di imparare: quando si fa una cosa con tale appagamento che non ci si rende conto del tempo che passa.
Certe volte sono così assorto nel mio lavoro che dimentico di pranzare…
Un bacio a te e a Tete dal vostro papà.
Saluti alla mamma
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Ritrovarsi al Taj Mahal



Da qualche mese Luca e Carlo si frequentavano. Sembrava andare tutto bene tra di loro, una vera favola. Luca non faceva altro che parlare di quanti viaggi avrebbero fatto assieme, di quanto gli volesse bene a Carlo, di quanto lo trovasse bello, di quanto pensasse fosse realmente una bella persona. Sembrava una favola e Carlo ringraziava ogni sera il cielo per avergli fatto conoscere Luca, in un momento in cui aveva bisogno di tutto questo. Sentire una persona vicino e sentirsi amato. Le nottate passate nei punti più alti della costa, a guardare il mare a disegnare a due mani con le dita  sui vetri appannati la luna, per non lasciar sfuggire quei momenti indimenticabili.
تاج محل  , Taj Mahal. Luca disse che un giorno sarebbero andati assieme li. Il tempio, monumento di un grande amore. Carlo quasi non credeva a tutto ciò, eppure stava succedendo. Qualcuno si stava innamorando davvero di lui. Qualcuno voleva davvero condividere con lui delle cose importanti. Quasi non ci credeva. Stampò una foto del tempio dell’amore e lo affisse alle pareti della sua camera. Ogni notte, dopo il messaggio della buonanotte di Luca, lo guardava e non vedeva l’ora di andarci assieme a lui.
Nonostante ciò, la storia con Luca ben presto finì. Non si sentiva pronto per andare avanti e così i due si lasciarono.
Carlo sprofondò in un grande dolore e iniziò a perdersi nei ricordi, nelle serate passate con lui, nella confusione tra ciò che gli aveva detto e ciò che era realmente successo. Un vero tamponamento emotivo a catena.
Carlo iniziò a pensare di non valere niente, che dopotutto tutto era successo perchè in definitiva lui non valeva granché, e invece Luca si. Non riusciva a perdonarsi e niente lo consolava per quell’amore perduto. Erano passati anni prima che sentisse quelle emozioni per un ragazzo. In genere aveva provato simpatia, al massimo qualcuno gli piaceva. Ma mai un sentimento così profondo.
Decise di andare da solo al Taj Mahal.
Arrivato al Taj Mahal sentiva di portare con sé un grande peso, qualcosa da dover lasciare in quella grande Tomba dell’amore. Gli avevano detto che in definitiva una storia come quella con Luca non era poi così preziosa, ma dopotutto i sentimenti non sono razionali e Carlo sentiva il diritto di ritenere quella storia, importante e preziosa. Carlo non si è mai fermato a ciò che gli è stato detto, ma quella volta, al Taj Mahal incontrò un ricco Maharaja indiano. Parlarono.
Tu stai soffrendo tanto amico Carlo, e ora sei qui a cercare cosa?
Qui sarei dovuto venire con Carlo, e ho deciso di venire da solo. Lui mi ha lasciato, e io non valgo niente. Non riesco mai. Sognavo di venire al tempio dell’amore“.
L’uomo faceva cenni con la testa, come se cercasse di fermare il discorso di Carlo. Mise una mano nel suo prezioso abito e tolse fuori un diamante.
Guardalo bene Carlo, cos’è?
Un diamante” rispose Carlo, ancora con le lacrime agli occhi.
Ha valore secondo te?
Beh si tantissimo immagino, è davvero un bel diamante“.
L’uomo prese il diamante e lo buttò a terra e inizio a calpestarlo.
Ora Carlo, vale ancora qualcosa?
Si, Signor Marahaja. Sempre uguale“.
L’uomo chiamò un bambino piccolo e gli mostrò il diamante. Il bambino non ebbe nessun tipo di reazione, lo chiamò “un bottone“, un oggetto come tanti altri.
E ora cosa dici Carlo? E’ sempre un diamante?
Si signor Marahaja, sempre“.
Il Marahaja si spostò un attimo e trovò una pozzanghera piena di zanzare e detriti. Ci buttò dentro il diamante e fece la stessa domanda a Carlo.
Carlo affermò ancora che quello era un diamante.
Carlo, questo dimostra che tu non perdi il senso del valore di questa pietra preziosa, e nonostante la polvere, nonostante il bambino che non ne riconosce il valore, nonostante la pozzanghera di zanzare e detriti niente è cambiato. Nella vita sarai come questo diamante, a volte ti farai maneggiare da un bambino che non ne capisce il valore, a volte ti farai calpestare, a volte la finirai in una pozzanghera. Ma il tuo valore non cambia. Non perdere mai il tuo centro, il senso del tuo valore. Ci sarà sempre un bambino che ti scambia per un bottone, o qualcun’altro per una pietra sporca“.
Carlo ascoltò, con le lacrime agli occhi.
Questo è il Taj Mahal. E’ una tomba, ed è il posto giusto per seppellire un amore prezioso, le perle che tu sei stato in grado di produrre. Vai, e poi rientra a casa, e cerca mani che possano accogliere il tuo valore, quello di un diamante“.
Antonio Dessì, Racconti sparsi
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Arrendersi? Mai - La resilienza



Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici  (Kahlil Gibran)


Quando si sente dire “quella persona, nonostante tutte le difficoltà riesce ad affrontare bene la sua vita” parliamo di un evento naturale che riguarda l’essere umano e che potremmo definire come una riserva naturale alla quale attingere nei momenti di maggiore difficoltà. Il termine più precisamente utilizzato in ambito psicologico è quello di resilienza. In realtà non è un’invenzione della psicologia, in quanto è un termine che viene utilizzato trasversalmente in natura per descrivere la caratteristica di resistenza da parte di un oggetto a forze che vengono applicate. E’ nell’ambito della metallurgia che resilienza indica il contrario di fragilità quando si parla delle caratteristiche di un metallo.  Etimologicamente resilienza viene fatta risalire dal latino “resalio” ed è stato proposto un suggestivo collegamento tra questo significato originario, che connota anche il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare e l’attuale utilizzo in ambito psicologico. Entrambe le declinazioni indicano in generale l’andare avanti senza arrendersi, nonostante le avversità.
Ci sono eventi nella vita di tutti gli individui che inevitabilmente sono destabilizzanti, pensiamo alla morte di una persona cara, pensiamo ad un periodo di sofferenza dovuta ad una patologia organica, pensiamo alla sofferenza di un individuo che soffre di un disagio psicologico, ma anche di un disturbo ormai cronicizzato. Ma la lista può essere molto più lunga, ed ognuno di voi che legge può trovare quell’area di sofferenza che, in un determinato periodo della vita o ancora oggi, mettono a dura prova l’equilibrio psicologico. In quei momenti ci sono degli aspetti che vengono a mancare che favoriscono un volo in picchiata verso il basso.
La sensazione di persone che in quel momento della loro vita hanno un basso livello di resilienza, anche se in realtà mi piace parlare più di adattamento, perché le persone non sono metalli freddi che non pensano, e in ogni caso utilizzo questo termine solo perché viene largamente utilizzato. In realtà mi piace poco, ed è freddo quanto il metallo. In primo luogo perché nessuno è un metallo che da solo può far fronte ad un urto, ma non potendoci svincolare da un mondo intersoggettivo, nei momenti di crisi utilizziamo tutto quello che abbiamo. Non è questione di essere Superman e superare o essere amebe se non si supera. E’ la capacità di costruirsi da prima una buona capacità di contenimento, tra questa anche sociale e di rete di sostegno.
Inquietudine, incertezza, e certamente la sensazione di andare a pezzi sono delle emozioni molto frequenti e che sono proporzionali a quanto la persona capisce di avere bisogno di aiuto e non solo  da uno psicoterapeuta, anche se questa relazione garantisce alla persona la possibilità di lavorare sulla propria resilienza.
Spesso persone che per questioni legate alla personalità, per problematiche psicologiche già attive prima degli “urti” vivono la loro condizione di crisi in solitudine peggiorano la loro condizione e sviluppano altre problematiche collaterali.  Uno degli aspetti più frequenti è quello di vedere tutto un po’ nebuloso, ed allo stesso tempo si ha una percezione del tempo allineato con il proprio stato d’animo.
Contrariamante, davanti alla crisi troviamo delle persone che si adattano più velocemente di altre, ma non perché siano fatte di ferro, ma perché soddisfano la presenza di alcuni criteri che sono stati osservati nelle persone più resilienti. Infatti se alcuni materiali hanno la proprietà di conservare la propria struttura o riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione, le persone possono far fronte agli eventi stressanti o traumatici e riorganizzare la loro vita in maniera positiva dinanzi le difficoltà.
Come si evince da questo confronto con i metalli, in realtà non si tratta semplicemente di “resistere“. L’urto inevitabilmente comporta una modificazione nella vita delle persone, ma il processo di resilienza è quello che vede anche la capacità di ricostruire la propria narrazione di vita e trovare delle chiavi di lettura per l’esperienza vissuta. In questo senso il lavoro con uno psicoterapeuta è importante sopratutto per quanto concerne la possibilità di aiutare la persona a re-inserire quella sequenza di vita, rielaborata, nella propria narrazione, nella propria storia.
Sicuramente ad ognuno di voi sarà capitato di assistere alla crisi di qualcuno a voi caro, e non è infrequente  sentire frasi del tipo “Io al suo posto non ci sarei riuscito“.  In questo senso le caratteristiche di personalità, gli apprendimenti, e la capacità e non sicuramente in maniera minore la modalità di elaborare l’esperienza sono elementi che favoriscono una maggiore o minore integrazione nella memoria.  Una volta elaborata l’esperienza può diventare qualcosa di cui parlare, da riaprire e rivedere, ma che certamente, una volta superata, non può più schiacciare. Questo non è possibile quando l’esperienza si sta vivendo. Serve del tempo e quando non si riesce da soli, accettare di essere aiutati.
Per alcune persone le esperienze negative diventano la loro ricchezza, e queste sono delle persone che riescono ad adattarsi più facilmente rispetto ad altre, per le quali il processo rimane cristallizzato ad una fase di disperazione, di smarrimento, di perdita di senso, e di incapacità di elaborazione positiva.
A determinare la capacità di resilienza, come detto precedentemente, contribuiscono tanti fattori, tra questi la presenza di persone che, all’esterno della propria famiglia, possano rappresentare una buona rete d’appoggio solidale e di affetto. Questo elemento non è secondario, in quanto come detto in precedenza le persone non sono metalli, e un clima di amore e di fiducia è fondamentale all’accrescimento del livello di resilienza per quell’esperienza che si sta vivendo. La persona potrebbe anche decidere di isolarsi un po’, però se la rete di sostegno è una vera rete di “persone alleate”, il soggetto ha comunque modo di sentirsi protetto, sostenuto, accolto, al di là di eventuali aiuti concreti e reali a seconda della situazione che si sta vivendo. Paradossalmente, il soggetto sceglierà più l’affetto e il sostegno piuttosto che aiuti di altro tipo.
Una componente sicuramente fondamentale nel soggetto più resiliente è la presenza del pensiero positivo, ed in generale la tendenza a dirsi che dopotutto anche quell’esperienza l’aiuterà a capire delle cose di sè, a vivere una dimensione per un periodo della sua vita diversa da altri momenti già vissuti.
Sentimenti di stima di sé proteggono il soggetto da sentimenti depressivi, di svalutazione ed in generale consente di rimanere “attivi“, condurre ugualmente la propria vita. Anzi, paradossalmente sono proprio l’emergere di quei sentimenti che consentono ad un soggetto maggiormente resiliente a reagire e riprendere ad investire su di sé, a non mollare.
Hardiness. E’ un tratto di personalità che comprende alcune dimensioni, tra le quali:
  • La certezza di essere in grado di poter controllare l’ambiente circostante attraverso le proprie risorse personali;
  • Mantenimento di obiettivi
  • Visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita
  • Capacità di sostituire con emozioni positive i propri pianti o lamenti
  • Capacità di costruire una rete di supporto sociale che possa sostenere nei momenti difficili. Come disse il mio Maestro: “Da soli non si va da nessuna parte“.
Le capacità per essere più resilienti possono essere apprese, e sicuramente la psicoterapia è uno strumento molto utile sopratutto per persone che si sentono schiacciate dagli eventi, che non sanno dove “sbattere la testa“, che sentono un forte senso di perdita, che vivono ogni giorno come un “puzzle umano ambulante“. Non si tratta di una gravità oggettiva dell’evento, perché per ogni persona esiste una scala di valutazione del tutto soggettiva.
La resilienza pertanto è una forma di adattamento che non è presente naturalmente negli individui come invece in alcune tipologie di metallo, ma può essere sviluppata.
Diventare più resilienti non significa non vivere più le difficoltà della vita e non significa nemmeno essere infallibili. Diventa resiliente chi impara dagli errori, chi utilizza l’esperienza vissuta per crescere sempre di più, chi non si lascia invadere dal cancro di un evento, chi davanti a ciò che vive non lancia in mare la sua bussola, chi accetta di poter correggere il proprio viaggio e dirigersi verso nuovi luoghi inesplorati e fonte di crescita di se.
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Storie nei granelli di sabbia





” Non può andarmi sempre tutto male, non ne posso più“.
Così il giovane uscì di casa sua, camminò tra la gente sentendosi trasparente. Iniziò proprio a credere che la vita fosse sfortunata nei suoi confronti, che tutto ruotasse male.
Nel verso sbagliato, sempre tutto nel verso sbagliato. Non c’è più niente da fare per questo mare di problemi“.
Il giovane non trovava risposte. Attraversò la città e si sedette al porto. L’aria di quel posto gli dava una sensazione di pace e di protezione. I gabbiani planavano e ogni tanto raggiungevano il bordo dell’acqua per catturare qualche pesce. Parlava a voce alta.
Pianse.
Nella panchina vicino alla sua un vecchio uomo con i baffi bianchi lo osservava e aveva ascoltato i suoi monologhi di dolore. Il viso segnato dalla vita, come i segni sul carapace di una tartaruga. Sorrideva. Si tolse gli occhiali. Aveva gli occhi buoni, scuri, delicati per via dell’età.
Il ragazzo inizialmente fu infastidito dal suo atteggiamento, ma poi decise di avvicinarsi e raccontò tutto al vecchio uomo.
Accompagnami in un posto. Ti ci voglio portare“, disse il vecchio uomo.
Arrivati al mare il vecchio uomo aprì la sua sedia, mise gli occhiali da sole per proteggersi dal forte sole, e poggiò il bastone sulla sabbia.
Ora puoi divertirti. Hai un pallottoliere“.
Il ragazzo guardò storto, e con rabbia disse:
Mi ci mancavi solo tu oggi a rompere, vecchiaccio. Non mi bastavano le mie preoccupazioni“.
Avvicinati“, disse il vecchio.
Con la sua mano tremula prese un pugno di sabbia e lo mise nelle mani del ragazzo.
Conta questi granelli, e fermati quando hai raggiunto il numero delle tue preoccupazioni“.
Il ragazzo contò un paio di granelli e si fermò.
Guardati attorno. Il resto non sono tutti per te, ma ce n’è per ogni persona che passa di qui“.
Si, Si, e ora che me ne faccio di questi stupidi granellini?
I granellini di sabbia sono quelli che dentro l’ostrica diventano perle. Non ti montare la testa, di perle ne puoi avere solo un paio, non un mare“.

(Antonio Dessì, Lettere dal Porto, 2012)
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