Auguri di buone feste



Decorati di amore e passione. Illuminati della vicinanza di chi ti ama. Lavora su te stesso/a come il migliore degli artisti. Con mani ferme, fantasia e amore. E non scordare mai di imbellirti intrecciando fili di sogno e speranza. L'amore pesa più dell'oro. Non cercare il gioiello tra le vetrine della città, nè tantomeno negli occhi, di chi occhi non ha per vederti. Allunga le braccia verso chi ti vede con il cuore e fa del vostro rapporto l'altare dei sentimenti più semplici e autentici. Scegli l'albero fatto dove l'aria è calda pur senza camino acceso, il più piccolo potrebbe essere il più bello e il meno estetico, ma quello con la forza di mani tese verso di te.
L'estetica porta lacrime e gelo, la bellezza amore. In solitudine, con gli altri. Ed è ogni giorno tra le tue mani.
Che questo Natale ti illumini nei momenti di solitudine, in quelli in compagnia. Amarsi è non sentirsi mai soli, perché un cuore che ama ha sempre un mondo dentro di sé.
Antonio Dessì
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Settimana del Benessere Psicologico in Sardegna



Dal 2 all'8 Novembre 2015 lo studio aderisce all'iniziativa della Settimana del Benessere Psicologico in Sardegna offrendo colloqui individuali o di coppia gratuitamente. Potete trovare tutte le informazioni sulla locandina allegata a questo post. Le prenotazioni possono essere fatte contattando telefonicamente il cellulare di servizio 3921350189 dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13-14.30. I posti sono limitati e verranno prese in considerazione solo le richieste pervenute telefonicamente (no SMS, social network, whatsapp).

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** APERTURA STUDIO SEDE DI OLBIA **



Negli anni di attività professionale mi è capitato spesso di venire contattato da persone che, risiedendo nel Nord Sardegna, non avevano possibilità di raggiungere il mio studio a Cagliari.
Così ora, in questo momento professionale ho trovato l’occasione per ampliare il mio impegno e disponibilità ad una nuova sede del mio studio nella città di Olbia.
La disponibilità di posti è ridotta e circoscritta ai fine settimana (sabato incluso) in quanto la mia principale sede di lavoro durante la settimana è Cagliari, la cui utenza non mi consente un impegno maggiore in altre sedi.
E’ possibile fissare un appuntamento per la sede di Olbia con la stessa modalità, ovvero contattandomi sul mio cellulare di servizio 392-1350189 dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13-14.30 ed indicandomi che si intende prenotare uno spazio per una consulenza, individuale o di coppia, nella sede di Olbia.
Lo studio ha sede ad Olbia città presso il Centro psicologico, psico-educativo e psicoterapico Kreisvia Antelami 36.
Lo studio oltre al lavoro di psicoterapia, si avvale della presenza di vari professionisti nel settore delle scienze psicologiche e si occupa di neuropsicologia, interventi educativi anche in ambito di disturbi pervasivi dello sviluppo, certificazioni di trattamento, psicodiagnostica e parent training (in tutte quelle situazioni di disagio per la presenza di disturbi nei bambini come ADHD etc… e problematiche in adolescenza).
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Psicologia della noia e dell'annoiato/a



La noia è un’esperienza che spesso può tormentare e far cadere in un vortice cronico di sensi di vuoto e di poca pienezza anche in presenza di abbondanza. Non è la classica noia da domenica piovosa dove tutti stanno in casa e non escono, ma quel sentimento di vuoto che spesso nasconde un malessere più profondo e fa precipitare la persona che ne soffre in un vortice di inutilità.
L’esperienza delle persone che spesso provano noia è molto dolorosa perché si tratta di uno stato emotivo in grado di modificare completamente la percezione di ciò che ruota attorno all’annoiato. Così, è come se il mondo e la realtà attorno assumessero dei contorni poco definiti, evanescenti e colori pallidi e cerei.
La noia è un’esperienza emotiva che, esclusa la motivazione di assenza di stimoli, può divenire cronica. Non si tratta di una “patologia“, ma di un’esperienza affettiva inserita in un funzionamento psichico dotato di senso e significato personale che può essere compresa ed elaborata. Così come l’annoiato vede contorni evanescenti e colori cerei, così tutte le sue esperienze di vita, lavorative, affettive, ricadono in un contenitore e vengono accomunate da un comun denominatore spesso chiamato “indifferenza” e da un’esperienza che spesso viene definita come “fastidio“. Il definire l’esperienza come fastidio non aiuta la persona, perché non essendo questa un’emozione, mantiene chi ne soffre in un circolo di pensieri dominati da un’idea prevalente di inutilità di cose, luoghi, persone. Spesso le motivazioni portate come giustificazione alla noia sono quelle della “solita routine“, “non succede mai niente“, “non c’è niente che mi entusiasma“, “farei prima a cambiare lavoro“, “sarebbe meglio vivere a Panama” e nei più oniroidi “non fa per me“. Talvolta, il sentimento di noia compare anche in ambito psicologico quando la persona, abbandonati i sintomi, non sa cosa farne di se stessa, oppure come difesa da ricadute depressive, dall’ambivalenza legata alla comprensione profonda dei propri bisogni, dalla percezione di essere incapaci di vivere, dalla rottura/assenza di ricorsività nella capacità di dialogo interiore (mancanza di empatia), dal rifiuto dei limiti (…) e dal proprio sistema di valori.
La noia è spesso sfuggita dalle attenzioni scientifiche, ma recentemente (2013) uno studioso di nome Eastwood la definisce come un’esperienza caratterizzata da un desiderio non appagato di fare-esperire qualcosa di soddisfacente. La noia si presenta come un’emozione sentinella, nel senso che ha il potere di incidere sui livelli di concentrazione e porta ad uno stile attribuzionale di pensiero che tendenzialmente è esterno. In questo senso l’esperienza dell’annoiato è quasi quella di un ubriaco che non sa dove andare: una passeggiata con amici è noiosa, i programmi tv sono noiosi, un pranzo in famiglia è noioso…
Effettivamente la noia sembra proprio una faccenda di attenzione. In uno studio del 2012 è stato riscontrato che le persone più propense a provare noia ottengono prestazioni peggiori nei compiti che richiedono attenzione sostenuta con una maggiore probabilità di presentare sintomi di ADHD e di depressione (Malkovsky,Merrifield, Danckert, 2012).
L’esperienza soggettiva di chi si annoia è spesso caratterizzata dal vedere un mondo in bianco e nero, dove niente entusiasma veramente. A questo, diversamente da una persona depressa, con la quale ne condivide la visione della realtà, l’annoiato ha la caratteristica di sognare, ovvero di ripetersi che qualcosa cambierà e che prima o poi riuscirà a gioireSpesso però non sa realmente cosa sia necessario cambiare e cosa potrebbe farlo/a stare meglio. Non a caso le persone che soffrono di noia sono dei fuggitivi, nel senso che sono alla continua ricerca di nuovi stimoli: collezionare nuovi amici, non lasciarsi sfuggire la serata clou in un locale, provare sport estremi… E’ la fuga a decretare la sofferenza di noia e non i contenuti. Infatti l’annoiato, dopo aver sperimentato le nuove cose, risprofonda nel suo stato di insoddisfazione, o non trattiene per molto la tensione positiva.
Essendo la noia il frutto di una percezione che si ha sulla propria vita, lo sguardo esterno e non interno dell’esperienza soggettiva, contribuiscono ad una visione opaca e dai contorni evanescenti. Pertanto a volte la noia è la fuga da uno stato depressivo profondo, che l’annoiato non vuole o non sa comprendere. Chi si annoia non trova valore in quello che fa o in quello che vive, ed in genere ha percezione su quello che non desidera, ma non è consapevole di quello che desidera veramente per poter decretare un cambiamento nella propria vita.
La condizione di noia talvolta segnala un’incapacità profonda di dialogo interiore, sopratutto per quanto concerne la lettura dei propri bisogni più profondi, affettivi etc… e spesso un’incapacità ad avere una motivazione intrinsecaL’annoiato cerca stimoli esterni, cercando di sanare un divario interno che non sa o non vuole comprendere. La mancanza di contatto profondo può avere diverse spiegazioni ed è specifica di ogni persona che soffre di noia, o non riesce a godere di quello che ha. A volte mancano delle tappe importanti nel proprio sviluppo psicologico, e questo può portare ad uno spostamento di asse dai propri bisogni ai bisogni di altri (ma questo è solo un esempio), oppure mancano delle esperienze fondamentali che non si sono ancora fatte e che per un qualche motivo imprigionano la persona in un vortice di insoddisfazione, oppure si sogna una vita per sé senza saperla costruire con quello che si ha (un po’ come eterni bambini desiderosi di avere tutti i giocattoli del mondo e annoiarsi davanti ai regali ricevuti a Natale sotto il proprio albero a casa).
Possono esserci spiegazioni più di stampo analitico al processo di noia, come quello del conflitto che porterebbe ad un rifiuto del limite. In questo senso l’annoiato soffrirebbe per un’incapacità di aderire su un piano di realtà alle proprie capacità e limiti, sia internamente a se stesso/a, sia esternamente. Un po’ come se si desiderasse di continuo il paese dei balocchi senza capire che quella è una carovana che passa una volta all’anno in città e che è finzione. Infatti chi si annoia, secondo questa visione, ha spesso un desiderio di vita eccezionale, esperienze e amicizie fantastiche, amori travolgenti quasi holliwoodiani. Questa visione grandiosa e per certi aspetti narcisistica sarebbe continuamente delusa, nell’annoiato, da un continuo esame di realtà, che mostra una realtà deludente, persone limitate e talvolta rapporti sentimentali banali o non soddisfacenti rispetto ai loro ideali.
Paura di fallire. Un’altra visione dell’annoiato è quello che lo vede incapace di porsi uno scopo allineato ad un esame di realtà che connette i bisogni interni e le risorse esterne. Questo, secondo questa visione, potrebbe rappresentare un tentativo di evitamento dalla paura di fallire. Nel senso che, essendo l’annoiato totalmente disilluso, eviterebbe di muoversi per non sentire ancora fallimenti. Questo potrebbe portare allo strutturarsi di disagi più profondi nel suo funzionamento psichico. Inoltre dire “non ne ho voglia“, “mi annoia“, si è visto da diverse speculazioni in ambito psicoterapeutico, essere una manovra psichica di protezione dalla percezione di non essere meritevoli di ottenere quello che veramente si desidera.
Sicuramente il sentimento di noia si inserisce all’interno di un funzionamento della persona, e talvolta sembra diventarne uno stile di vita. Sia questo per bisogni inappagati, sia per immaturità psicologica nel comprendere i propri limiti e quelli della realtà esteriore, sia per una modalità quasi “onirica” della visione della realtà e di se stessi, sia come difesa alla depressione o alla svalutazione di sé, sia come incapacità di riconoscere valore a ciò che si esperisce. L’annoiato è dannato alla ricerca esteriore di quello che non sa di volere, è attratto da qualsiasi bancarella perché non sa se li c’è qualcosa che si può perdere, per poi finire nuovamente deluso/a dall’esame di realtà e dai limiti esterni.
Un buon lavoro su di sé tendenzialmente immunizza da sentimenti di noia, e restituisce alla persona lo spazio interno per poter riconoscere che già con quello che si ha, ci possono essere molte cose su cui lavorare e costruire una propria identità più stabile e più forte. L’annoiato aspetta che la felicità arrivi con l’incontro magico, con le amicizie travolgenti e sempre pronte con cose nuove, dalle cene che sorprendono… Talvolta, la ricetta è proprio quella diimparare a stare nella propria realtà, e mentre si vedono passare treni che si schifano perché noiosi, accettare che quei treni sono quelli possibili e reali, e non cadere nel vortice di aspettare il treno dorato con i diamanti ai lati, che potrebbe decretare l’aspettare di una vita abbracciati alla noia.
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I distacchi e la metafora del tarassaco



I distacchi, gli amori che finiscono, sono un achenio di tarassaco che va via con il vento. Vento che distrugge l’intera pianta. Non bastano né mani, né corpo per poterlo fermare. Ma nella sua natura che porta via c’è qualcosa di buono. Non è capace di distruggere i semi. E quando soffia sparge i frutti della pianta, spingendoli altrove da dove si era. E basta camminare un po’ e vedere crescere nuova vita altrove.
(Antonio Dessì)
http://antonio-dessi.blog.tiscali.it - Nella Stanza di uno psicologo
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Il vero gioiello sei Tu



IL VERO GIOIELLO SEI TU

(…) Lavora su te stesso/a come il migliore degli artisti. Con mani ferme e con fantasia e amore. E non scordare mai di imbellirti intrecciando fili di sogno e speranza. Non cercare il gioiello tra la droga delle vetrine della città, nè tantomeno negli occhi divenuti vetro, perchè dell’estetica ne hanno fatto le loro lacrime. La bellezza è autentica ed è tra le tue mani. Sei esattamente Tu.
(Antonio Dessì)
http://antonio-dessi.blog.tiscali.it – Nella Stanza di uno Psicologo
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Essere in equilibrio è più pesante che saper esplorare



Mi capita spessissimo di ascoltare persone che, giunte dallo psicologo, propongono come obiettivo la ricerca di equilibrio. Con il tempo mi sono reso conto che dietro quella richiesta in realtà si celavano i sintomi, le paure, le ossessioni, la depressione e tanti altri. Una sorta di caverna mentale chiamata “Equilibrio”. La vita scorre in bicicletta e stare in equilibrio significa stare fermi in un punto ed imperturbabili, e per questo non serve sicuramente uno psicologo o uno psicoterapeuta. Inoltre, lo stare fermi in equilibrio, come un grande elefante al circo durante il suo numero, garantisce di conquistare nuovi sintomi, come per esempio la sfiducia in sé stessi, la tristezza negli occhi davanti ad un mondo che scorre, dalla posizione ferma ed imperturbabile. Una posizione che lascia indietro, che blocca l’esplorazione e la vita.
La parola equilibrio si adatta forse alla crusca che sponsorizza la Marcuzzi, ma non certamente a chi vuole lavorare su di sé ed acquisire flessibilità, e non equilibrio. La flessibilità è movimento, acquisire strumenti per gestire le perturbazioni che costantemente rimbalzano sul sistema mente e lo modificano. Se si sta fermi a testa in giù come l’elefante in figura, forse ci si perde qualcosa. E a volte, chiedendo equilibrio, in realtà si sta dicendo che non si vuole cambiare niente. E un buon terapeuta, in quel caso sa che non ha niente da fare in più. E’ un po’ come se la persona dalla caverna dicesse: “Aiutami a non uscire di qui”. La risposta è: “Basta non uscire”.
Antonio Dessì
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Legami: "Come" o "perché" possono far soffrire?



La fonte di maggiore sofferenza per le persone è la rottura di una ricorsività nell’unità di senso e costruzione di significato. Questo significa che nel sistema mente la ricorsività di senso tra la parte che esperisce e la parte che riflette sull’esperienza è interrotta per un black-out. Così succede anche per i legami: possono far soffrire o possono rendere felici. Ma la sofferenza sta proprio nella rottura dell’unità di senso, e nella difficile ricostruzione della co-costruzione che è avvenuta tra le due persone coinvolte nel legame. Lo sviluppo di capacità empatiche, l’analisi delle sequenze e degli scambi comunicativi spesso rende alle persone un senso che sino a quel momento era celato, mascherato da emozioni come rabbia, tristezza, disgusto e altre. Chiedersi “perchè” si soffre non aiuta, perché riporta la persona in un rituale quasi liturgico di tutte le sequenze che vengono lette con un’unità di senso che manca. E’ come cercare di avviare un software senza sistema operativo. La comprensione empatica verso se stessi, verso l’altro/a, consentono di comprendere profondamente la natura del legame, “Cosa è quel legame”, “Come si fa a fare quel legame”, le caratteristiche, le difficoltà reciproche, e conservare e accettare il come si è provato affetto, mai da mettere in discussione, questa volta incorniciato in un’unità di senso e significato più percorribile, e con la ripresa di una ricorsività mentale prima interrotta. Pertanto, tutti i legami sono utili, a patto che non si interrompa l’unità di senso e la ricorsività. Questo richiede un abile lavoro di centratura su di sé e di capacità di spostarsi e stare anche sull’altro, senza perdersi, per poi ritornare su di sé e ricostruire la trama interrotta.
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Empatia: come comprendere l'altro



Molto spesso le persone riconoscono senza eccessivi sforzi che esistono alcune persone con le quali ci si sente compresi profondamente sin dal primo momento in cui le si incontra. L’esperienza molto comune è quella di provare un senso di fiducia, di sentirsi compresi ed in generale di avere maggiore facilità nel poter esprimere le proprie emozioni.
Tutto ciò è ciò che comunemente viene chiamato empatia. Il termine empatia deriva dal greco e identifica la capacità personale di “mettersi nei panni” degli altri, di calarsi nella loro realtà per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”. L’empatia è una forma intangibile, silenziosa, ma allo stesso tempo profonda, efficace e potente di comunicazione interpersonale, che non richiede necessariamente l’uso delle parole per rivelarsi o essere dimostrata. Infatti, può essere espressa anche attraverso il linguaggio del corpo.
L’empatia è la componente di un processo comunicativo ben più complesso, dove la persona sospende il giudizio verso l’altro ed entra nel mondo emozionale della persona che ha davanti, trasmettendole un senso di fiducia, rispetto e comprensione. Dal punto di vista della prospettiva interpersonale, l’empatia è parte di ciò che comunemente definiamo intelligenza emotiva (l’intelligenza non è soltanto la capacità logico-formale dell’individuo) e pertanto può essere definita come competenza grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con la persona con la quale si interagisce. Senza tuttavia che ciò implichi necessariamente la giustificazione a priori di un comportamento, l’accettazione incondizionata e senza riserve di un certo modo di fare, o la condivisione di un particolare stato d’animo. L’empatia può essere anche paragonata a un ponte a due vie” invisibile, che però permette di penetrare il mondo emozionale dell’altro, di rimanervi il tempo necessario per comprendere motivazioni e intensità del suo vissuto emozionale, per poi ritornare ad essere se stessi, coerenti con la propria realtà esistenziale.
Questo ci consente di amplificare la valenza del suo messaggio, di coglierne elementi impliciti e spesso non rivelati al di là del contenuto semantico della frase, e di comprendere la metacomunicazione (il messaggio del messaggio), cioè quella parte veramente significativa dell’interazione, espressa dal linguaggio del corpo, che è possibile decodificare proprio grazie all’ascolto empatico. Da ciò si deduce che in una comunicazione interpersonale efficace e funzionale al raggiungimento degli obiettivi insiti in un determinato contesto comunicativo, non basta soffermarsi solo su quello che si dice, bisogna saper andare oltre, dando adeguata rilevanza soprattutto al “come(metacomunicazione).
Diversi studi hanno messo in evidenza come la capacità empatica sia in realtà una competenza rintracciabile alivello neurobiologico, attraverso l’attività dei neuroni specchio, una classe di neuroni che si attivano quando un individuo (o animale) compie un’azione e quando l’individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto. Pertanto, l’empatia può essere considerata una forma strategica di comunicazione, uno strumento sofisticato di risonanza emozionale, una sorta di “radar emotivo” con cui captare e decodificare i segnali deboli della mente e del cuore, gli stati d’animo più profondi e i pensieri nascosti. Allora l’empatia assume il carattere di unadimensione relazionale profonda e autentica, per niente scontata, in grado di avvicinare due interlocutori e di produrre effetti positivi sul piano della comprensione reciproca.
La presenza dei neuroni specchio sarebbe presente in tutte le persone, ma la capacità empatica è strettamente collegata all’esperienza soggettiva. Infatti, non tutte le persone la possiedono e la presenza di traumi può minare questa capacità. Lo dimostra il fatto che diverse persone non riescono ad averla, per esempio soggetti che hanno subito traumi molto precoci o per esempio soggetti che nel corso del loro sviluppo psicologico hanno sviluppato un disturbo di personalità.
Questo non significa che le persone non possano affinare o migliorare la propria capacità empatica. Si tende a pensare che l’empatia sia la lacrima facile, o comunque l’allineamento ad uno stato emotivo. Questo per esempio vede spesso una credenza di fondo, che siano le persone che hanno vissuto esperienze più drammatiche ad essere più empatiche. L’empatia non è avere la lacrima facile, ma è un senso di partecipazione molto più profondo di rivivere un dolore o un vissuto. In assenza di un percorso psicoterapeutico personale, la lacrima facile rappresenta il contattare il proprio dolore ancora vivo alla presenza del dolore dell’altro. E se il proprio dolore emerge, non si può empatizzare e comprendere quello dell’altro. E’ molto frequente per esempio in persone che soffrono di disturbi dell’umore, la loro capacità di empatizzare molto facilmente con esperienze dolorose o tristi, per esempio anche dalla tv o dai film.L’empatia è prima di tutto capacità di riconoscere l’altro (nella sua struttura e funzionamento), e successivamente comprensione del suo dolore, o del suo stato emotivo grazie alla capacità di mettersi per un attimo nei suoi panni in assenza di giudizi nei suoi confronti. Questo include che chi prova empatia riconosca bene la sua struttura e il suo funzionamento per non confondersi con l’altro/a.
La capacità empatica è sicuramente un’abilità molto importante nelle relazioni interpersonali, ma è molto importante esserne consapevoli. Questo è molto importante perché pensiamo per esempio al caso di una coppia: se uno/a dei partner è estremamente più empatico/a dell’altro/a si crea uno sbilanciamento molto forte e la relazione potrebbe basarsi su questo sbilanciamento, per varie ragioni (caratteristiche e/o disturbi di personalità in uno/a, depressione ecc…). Tale sbilanciamento potrebbe poi portare la persona più empatica a vivere da una condizione di solitudine, a sentimenti di invasione con una minaccia di perdita dei propri confini personali, e la persona meno empatica a vissuti di fallimento, inadeguatezza.
Pertanto la capacità empatica è uno strumento e abilità molto importante che bisogna saper utilizzare. Consente di conoscere il punto di vista dell’altro/a, ricostruirne un senso anche nella relazione che si porta con la persona, per poi ritornare al proprio che è diverso da quello della persona con cui si empatizza e attendere di venire compresi anche dall’altro. In questo senso spesso si mette in rilievo la differenza tra empatia e simpatia.
L’empatia ha le caratteristiche che abbiamo visto in questo post, è alla base di una relazione autentica, e giova al rapporto se c’è una reciprocità nell’essere l’uno/a per l’altro/a empatici. Il primo passo verso l’empatia è come ho scritto ilriconoscimento dell’altro come diverso e separato da se stessi, e il riconoscimento di tale differenza come opportunità e non come limite al rapporto. La tenerezza reciproca che comprende anche una pulsione di autoconservazione per ognuno dei soggetti coinvolti  si sviluppa inconservazione e protezione del rapporto da parte di entrambi. L’esito dell’empatia è la comprensione profonda, che non significa accettazione incondizionata di tutto ciò che l’altro vive o sente.
La simpatia è caratterizzata da un affetto solo iniziale e potenzialmente può trasformarsi e diventare più profondo, ma è necessario affinché ci sia un buona intesa che entrambi i soggetti siano disponibili a mettersi in gioco in modo autentico. La comprensione empatica è sostituita dalla compassione, ed è molto basato sull’assenza di reciprocità. In questo senso, i soggetti coinvolti, per vari motivi (conflitti, personalità, problematiche psicologiche..) non riescono a mediare, e creano uno schema di relazione che è fondato sul dispendio di energie e la risultante di inadeguatezza sopratutto dalla parte di chi riceve. Se questo succede, spesso siamo in un terreno relazionale dove manca lareciprocità, e rappresenta un pericolo per entrambe le persone coinvolte. Non si entra in ambito di autenticità a fronte di un dispendio di energie molto grande e incapacità di costruire una relazione feconda, e l’esito è la compassione (asimmetrica già come definizione).
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Se stai con un narciso, non aspettarti che ... (II parte)



La maggior parte delle persone è convinta che i narcisisti siano in realtà oggettivamente belli. Questa è una credenza assolutamente falsa, perché tanti narcisisti sono anche parecchio sgradevoli o non particolarmente belli, eppure riescono a catturare prede e le sanno selezionare molto bene. Il narcisismo è una condizione della mente molto complessa e in questo senso i/le partner in realtà non vanno a costituire un “noi” di coppia, ma sono meglio identificabili come estensione narcisistica, in quanto soddisfano i bisogni del narcisista. In questo senso l’articolo vuole descrivere che in relazioni con questa tipologia di persone non è contemplata una reciprocità e non possono esserci gli aspetti base per una relazione che possa funzionare. Prima di tutto, il narcisista, vedendosi solo da fuori e parzialmente, ha bisogno di “specchi viventi“, per non cadere nei soliti sentimenti di noia e depressione, ovvero di qualcuno che gli rimandi un’immagine positiva di sé. Ma non tutti hanno un funzionamento così lineare, ma in generale,  oggettivare delle persone rispecchia il bisogno dei narcisisti di possedere degli oggetti. Perciò, prima o poi, c’è bisogno di nuovo materiale o nuove persone (o di entrambi), in particolare nei momenti di insicurezza, specialmente se l’estensione smette di fare il suo ruolo. Il narcisista individua l’estensione che era prima “adorata” (e adesso svalutata) e la rimpiazza con qualcuno che ritiene più importante. Nel precedente articolo si parla di impossibilità di costruire un legame, anche se in realtà la possibilità c’è, ma è quella di lui e la sua estensione (non il/la sua partner).
Continuando la lista del precedente articolo, non aspettarti che:
5. Quando rientra a casa abbia sorrisi per te. Se la personalità del tuo narcisista è abbastanza compromessa, potresti trovarti a dover fronteggiare la situazione tipica di Dottor Jekyll e Mister Hide. Infatti, ti sembrerà strano notarecome a volte lo vedi brillante con colleghi, amici, conoscenti e con te sembra quasi esserci un muro. Il muro è sempre dovuto al fatto che la vostra relazione non è altro che caratterizzata da lui e la sua estensione che elargisce sulla base dei suoi bisogni (quando e come vuole lui). Non può, se non in certi piccoli frangenti, riconoscerti, perché il potere nella relazione ce l’ha lui, e tu hai fatto tanto per darglielo, e su questo dovresti interrogarti. Tendenzialmente riescono a mantenere un’immagine vincente al lavoro, con colleghi, sopratutto dal punto di vista dell’energia. Rientrati a casa invece i/le partner hanno modo di vederli come gli altri non li vedono, ovvero ombrosi, insoddisfatti, lagnosi, senza vitalità e cupi. Non aspettatevi pertanto sorrisi, e anzi, probabilmente preferiranno stare al pc, a guardare la tv, a giocare con il cellulare piuttosto che con voi.
6. Sia un partner fedele. La difficoltà maggiore dei narcisi è quella di ingaggiarsi in una relazione stabile, e questa è un po’ la loro croce, anche se spesso loro non percepiscono un’area di sofferenza su questo aspetto dovuta al fatto che spesso trovano partners che vanno “a costo zero“. Tendenzialmente sono sempre insoddisfatti della loro vita e pertanto cercano a volte conferme, a volte sono proprio degliemotionseekers (cercano emozioni nuove), e sopratutto detestano l’idea di precludersi possibilità nuove, e in questo senso cercano partners al di fuori di una relazione stabile (quando ce l’hanno). La via di fuga rimane sempre un fantasma nella relazione con un narciso, anche se tendenzialmente, quando questa è collaudata non tendono a chiuderla.  Pertanto ci possono essere fantasie per la/il nuovo collega arrivato/a, per un/una cliente ecc… oppure possono essere prettamente fantasie legate al mondo virtuale. Spesso non concretizza  perché vive una condizione dell’amore platonica alla ricerca del vero amore. Quando sono più perversi possono avere anche più di una vita parallela senza provare il minimo di senso di colpa per il/la partner stabile che hanno.
7. Sia premuroso nei tuoi confronti. Spesso i/le partner dei narcisi soffrono molto di deprivazione emotiva ed affettiva e in tutto questo non riescono a dare un senso e comprendere che il loro partner non è certamente il tipo che arriverà con le rose a casa. Sono poco presenti, perché nella loro mente non è contemplata la presenza dell’altro se non in pochissime occasioni, ma tendenzialmente hanno spazio solo per i loro bisogni. Queste considerazioni non includono le fasi in cui sono attratti e sentono di essere innamorati, dove possono avere molti slanci emotivi, destinati però a non durare per molto tempo sopratutto quando la relazione inizia a virare verso la possibilità di attaccamento amoroso. Questo succede sopratutto con i narcisi che hanno un attaccamento di tipo evitante, che vedono nell’altro/a figure ingombranti e castranti con le quali non vogliono riflettere su cosa sarebbe necessario fare per stare meglio assieme. Le emozioni che spesso prova sono quelle della paura, anche se spesso non ne è consapevole.  Una delle modalità che il narciso utilizza per mantenere la distanza nella relazione è il silenzio, che sopratutto nelle fasi iniziali di una relazione con loro crea non pochi problemi ai partners. Il silenzio è sempre una modalità che loro utilizzano legata al potere, infatti questa è una delle armi più forti all’interno della relazione e stabiliscono chi mette le regole. Un po’ come se volesse dirvi: “Se ti va bene io sono così, altrimenti pazienza“, oppure “Non credere che io faccia tutte quelle cose che tu ti aspetti, perchè io non sono così“. Questo funge da gancio emotivo per molte/i partners che rimangono poi imbrigliati in un ginepraio di manipolazioni e di poco affetto. Possono lasciare in silenzio la vittima anche diversi giorni! Loro non si preoccupano di come state e non empatizzano con il vostro dolore.
8. Ci sia nei vostri momenti difficili. Il narciso e sopratutto la relazione con loro spesso non contempla la possibilità che ci siano vostri problemi, e quando ci sono non vi aspettate che ci sia una vicinanza. Il narciso vi dirà che quello è un momento in cui dovete vedervela da sole/i. Dipende sempre dal grado di perversione, ma in generale quando non lo è, lui fa così perché è sempre stato abituato a risolvere da solo le sue questioni, sopratutto emotive. Non può stare con le vostre emozioni, perché questo lo perturba parecchio e continua a dirsi che in realtà lui è un forte. E’ molto fragile.
9. Si confidi con voi. I narcisi sono tendenzialmente molto diffidenti, spesso perché hanno subito dei traumi molto precoci con le figure di accudimento, o abbandoni. Spesso i partner dei narcisi tendono ad entrare in dialogo con loro cercando questo canale, con la speranza che questo porti a momenti di tranquillità e amore. Potrebbe anche succedere, però è bene comprendere che tutto questo avviene con molta instabilità. Se la sera si è confidato, la mattina lo potrete ritrovare con l’ombra che lo caratterizza sempre. Tutto questo vi farà soffrire, perché non sentirete giustamente mai il legame. Ma il narciso teme profondamente il legame e pertanto vi rifiuterà e allontanerà sempre, magari concedendovi qualche momento di vicinanza emotiva o sessuale. Il gioco relazionale è sempre quello del “legami non legandomi“. E’ praticamente impossibile se non a fronte di una grande sofferenza interiore e sbilanciamento sui suoi bisogni e non su i bisogni di entrambi. Ma il narcisista, avendo messo vincoli molto forti sulla relazione, non vuole certamente scendere a patti con voi e con i vostri bisogni. A volte perché è molto perverso e non gli importa realmente niente, altre volte perché deve tenere molta distanza da voi per non cadere nella sensazione di costrizione e di limitazione di libertà.
10. Si impegni per renderti felice. Il narciso, spesso non gradevole come quello dell’immagine qui sotto, è completamente preso dalle sue questioni personali e non sembra trovare spazio per altro. Molto spesso capita che i/le partner, non avendo ancora capito con chi hanno a che fare o ammalati di illusione, inizino a far notare al narciso quanto poco faccia per loro. I movimenti relazionali sono molto interessanti perché possono oscillare da un totale disinteresse del narciso per la sua estensione (specie se ne ha un’altra) a quella di fargli/le notare che lui è esattamente così: “Prendere o lasciare“. Ci sono poche possibilità di mediare e in quel senso si cade nel vortice di mendicare briciole d’amore, perchè lui non sa dare. Il narciso può elargire qualche briciola, ma presto ritornerà tutto come prima e quando gli verrà fatto notare potrebbe addirittura darvi le colpe. Per esempio, se lui non vi fa una sorpresa o non vi manda neanche un messaggio potrebbe attribuirlo al vostro comportamento piuttosto che al suo. Ricordate che il narciso fugge dalla sua ombra. E’ molto più semplice di quello che possa sembrare: se lui ha voglia farà una cosa, se non ha voglia, sebbene possa rendere felice il/la partner, non la farà. E’ insensibile a qualsiasi tipo di compromesso e richieste minime e le vivrà come vostre pretese. Non ha voglia di doversi coordinare con nessuno per formare nessuna coppia. A lui interessa che voi facciate bene il vostro dovere… qualche bacio ve lo da. Ma chiedetevi: Mi basta?
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Se stai con un narciso, non aspettarti che ... (I parte)



Negli anni da psico-blogger sono diversi gli articoli su questo spazio che parlano di dipendenza affettiva, narcisismo e dipendenti affettivi. Nello specifico di una relazione con una persona con tratti narcisistici patologici è molto importante prestare attenzione a quali solo le reali motivazioni che spingono il narcisista a volervi stare vicino. Purtroppo, ci si dovrà presto abituare al fatto che con questa tipologia di personenon è possibile costruire un legame e che spesso hanno molte difficoltà ad impegnarsi in una relazione stabile, sebbene alcuni di loro, presi nel momento di culmine della fase di attrazione, riescono a sposarsi o a fare scelte tipiche di una coppia stabile. Ma il prezzo da pagare è molto alto.  A quel punto sembrerebbe tutto risolto, ma da quello che ho potuto sentire da storie di dis-amore con narcisisti, il matrimonio, la nascita di figli, spesso sono il varco verso l’inferno di una relazione completamente spolpata di affetto e reciprocità. In questo senso, come ho scritto in altri articoli, la condizione di dipendenza affettiva è simile, nella percezione che ne hanno le persone, al sentimento d’amore e in questo senso diviene difficile portare la relazione a risoluzione. Matrimonio, figli, casa, divengono colla per  un vaso andato in frantumi.
Spesso chi ha lottato duro per stare con un narcisista si è ammalato/a di illusione, proprio perché la relazione con un narcisista spesso contiene un’altissima percentuale di messaggi contraddittori e non congrui che depistano il/la partner, che col tempo diviene affamato/a d’amore. Esito sicuramente di una personalità fortemente scissa e danneggiata, ora il narcisista diviene una cosa, ora diviene un’altra. Spesso chi gli sta accanto alimenta un ciclo di dipendenza nella speranza che un giorno arrivi il tanto sudato amore, e che il cuore del narcisista si riscaldi ed elargisca abbracci e “ti amo” a go go per così tanta devozione. L’illusione è alimentata dal fatto che spesso i partner dei narcisisti si ancorano alle parti buone della loro personalità, nella speranza che si ripresentino sempre con più frequenza. Ma spesso questo non succede.
Se l’unione non avviene nella fase di innamoramento, che è l’unica che i narcisisti spesso vivono, non spingendosi verso un attaccamento amoroso, spesso le unioni avvengono per convenzioni sociali, a volte perché si è rimasti anni ed anni a torturarsi, e perché alla fine anche il narcisista è co-dipendente ed ha bisogno della persona che ha al suo fianco. Quello che spesso non viene compreso da chi vive una relazione con un narcisista è la diversità nei bisogni. Per il narcisista vengono sempre prima i suoi, e sicuramente la scelta di avervi vicino satura un suo bisogno del momento. Ma così come c’è in un momento, può sparire in quello successivo per tutta una serie di motivi. Non si legano profondamente a nessuno.
A volte i narcisi si possono sposare “per amore“, ma l’esperienza di molte coppie è spesso quella di vivere questo momento come un successo, e se arrivano i figli, con cui spesso i narcisi sono molto teneri, vengono vissuti come miniature di sé stessi e non come persone diverse da sé.
L’aspetto importante da riconoscere nella relazione con un narciso è sicuramente la presenza di slanci emotivi ed affettivi a volte molto forti, che presto fanno precipitare il partner/la partner in un vuoto affettivo, e consegnano l’immagine del narciso solitario, dedito a se’ e i suoi pensieri, che vola di fiore in fiore, la passività, l’alta percentuale di silenzio nella relazione (i narcisi non tollerano i discorsi). A questo si aggiunge una presenza del tutto ombrosa, distratta al/alla partner, tiepida/fredda sessualmente, e spesso tirannico/svalutante. Può dirvi le frasi più brutte senza rendersene conto, se è un classico narcisista. Se è più perverso lo farà con intento di ferirvi o di umiliarvi per una vostra caratteristica che non gli va bene, o semplicemente perchè i suoi bisogni sono più importanti dei vostri o di quelli della relazione.
Mai aspettarsi che:
1. Ti accetti incondizionatamente e ti ami per quello che sei: Il narcisista, nel suo movimento relazionale, assume in maniera quasi predittiva una posizione della mente dove diviene tirannico e svalutante. Le sfumature che può assumere il dolore per il/la partner che del narcisista ne hanno fatto oggetto d’amore ancorandosi alle sue parti piùbuone (e pertanto attraverso una visione parziale e scissa) è legata allearee di vulnerabilità e di insicurezza che sente, spesso sulla propria amabilità. Il narcisista le attaccherà tutte. Un buon indice che da un segnale chiaro che al proprio fianco si ha un narcisista è lasensazione di inadeguatezza che si può sperimentare e che il narcisista ovviamente attribuirà alle vostre caratteristiche e non certamente a quello che fa per farvi sentire così. Tendenzialmente i/le partner dei narcisisti fanno degli sforzi per compiacere o per colmare presunte lacune, ma è bene dirlo da subito: non servirà a niente, perché ci sarà sempre qualcosa che non va bene nel vostro comportamento, nei vostri atteggiamenti, nel vostro modo di mostrare amore, nella vostra capacità di gratitudine, nel vostro abbigliamento … Non è il caso di stare a pensare che cosa non va bene, ma capire da subito che per lui non siete abbastanza.
2. Ti gratifichi o ti faccia complimenti: il narcisista è tendenzialmente avaro e nella sua psico-logica “dare” equivale spesso a perdere qualcosa. In generale ciò che maggiormente teme di perdere è il controllo sulla relazione e sulle emozioni. Non può toccare emozioni perchè sentirebbe le sue, ed è troppo fragile per farlo. La gratificazione così come la gratitudine che puoi mostrare possono, a seconda del grado di perversione del tuo narciso, dargli fastidio e considerarli come una parte disfunzionale di te. In realtà, da un punto di vista clinico i narcisi spesso soffrono di invidia, anche se non la riconoscono e non la ammetterebbero mai.  L’effetto deleterio sui partner e le partner dei narcisisti su questo versante è impressionante. La distorsione della realtà ad opera del narcisista è così potente da far credere alle/ai proprie partner che realmente non valgono e che dovrebbero migliorare o cambiare qualcosa di sé per essere finalmente amati/e. Niente di più falso, perché il narcisista ha estremo bisogno della persona che ha al suo fianco e profondamente teme l’abbandono, dal quale si protegge spesso mantenendo relazioni parallele. Non sente il bisogno di esprimere amore, ma di riceverlo quando e con la modalità che vuole lui.
3. Sia capace di chiedere “scusa: L’autenticità della parola “scusa” non rientra nel vocabolario del narcisista, perché implica un gesto d’amore e di riconoscimento della sensibilità dell’altro e delle proprie azioni tiranniche. Se il narcisista è perverso sceglie di fare del male volontariamente (frasi, insulti, umiliazioni…), il classico narcisista è tendenzialmente meno distruttivo e inconsapevole, può deprivarti ma non umiliarti. In generale data la sua fragilità, non può permettersi di sgretolarsi come una statua di sale al sole. Su questo aspetto il narcisista gioca sempre sul piano della relazione con l’intento (inconsapevole) di stringere l’altro attraverso il senso di colpa e altre strategie. Pertanto, se non vi fa i complimenti non sarà perché è avaro (e narcisista) ma perché voi non lo mettete in condizioni di farlo. Se non vi viene a prendere da lavoro perché siete rimaste/i senza macchina non è mica dovuto al fatto che non intende rinunciare ai propri bisogni, ma perché voi avete dato poco preavviso. E se lo fa, molto probabilmente chiedetevi come siete posizionati/e nei suoi confronti in quel momento. Potrebbe aver sentito aria di distacco… Non interpretate mai il distacco come innamoramento del narcisista: lui vuole solo ottenere dei benefici dal rapporto con voi che poi gli serviranno dopo o per altre relazioni, per esempio.  Dal punto di vista degli “errori“, ovviamente i suoi sono passabili e scusabili e sicuramente voi avrete esagerato nel farglieli notare. Pertanto, se flirta con altre, non è perché è incapace d’amare, ma perché voi non gli date quello di cui ha bisogno e si lagna su questa mancanza.
4. Ti faccia sentire desiderato/a sessualmente: la sessualità con un narcisista è un momento molto particolare perché potrebbe mostrarsi come il più tenero dei gattini (quando ha voglia ed è eccitato) ma anche il più terribile degli evitanti e frustranti amanti. Non sono rare disfunzioni sessuali nei/nelle partner. Questo è dovuto al fatto che la stragrande maggioranza dei narcisi non ha un buon rapporto con il proprio corpo, e di base hanno un desiderio sessuale debole. Questo è giustificato dal fatto che hanno continuamente bisogno di novità e cadono spesso nella noia. Non alimentano un desiderio per l’altro, e l’altro non è nelle sue fantasie sessuali, ma una volta riconosciuto che l’altro/a è attratta e la cosa è evidente, smettono di provare piacere perché hanno costantemente bisogno di un’area conflittuale spesso di seduzione. Può succedere che abbia una vita sessuale intensa con un’amante, però a patto che mantenga come base sicura la moglie a casa, un sostituto di figura materna che lo sostiene nell’esplorazione, essendo di base un fobico. L’attivazione del narcisista aumenta all’aumentare dell’impossibilità di legame, una sorta di gioco relazionale che si può chiamare “legami non legandomi. Se lo amate, non sarete più interessanti perché non investe affettivamente. E’ un po’ come un bambino che va nel negozio di giocattoli e fa peste e corna per avere un gioco che ha visto, e dopo tante lagne ed averlo ottenuto, si stufa dopo averci giocato (o averlo distrutto) per un’ora.
(continua nei prossimi giorni…)
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**Avviso per le consulenze in studio **



Ricordo a tutti coloro che mi scrivono tramite social, blog o altre applicazioni che l’unica modalità per poter avere un contatto professionale con me è l’utilizzo del cellulare di servizio 392-1350189 dal lunedì al venerdì negli orari 13-14.30 o lasciando un messaggio in segreteria telefonica per essere ricontattati entro la giornata. Devo altresì scusarmi per le centinaia di richieste di amicizia pervenute al mio profilo personale di facebook. Resteranno non accettate per consentire una reale possibilità di lavoro a tutti coloro che realmente vorranno chiedere il mio aiuto.
Oltre al mio blog http://antonio-dessi.blog.tiscali.it di cui è presente anche una pagina facebook, tutto ciò che è utile per chi ha bisogno di me come psicologo è presente on-line anche su un sito internet, una sorta di biglietto da visita sul web, facilmente consultabile in 4 minuti, dove troverete tutte le informazioni per potermi contattare, la mia formazione e le informazioni su come accedere al mio studio per una prima consulenza.
Il sito internet: www.studiopsicologicocagliari.it
Attualmente i tempi per un primo colloquio sono di circa 10/15 giorni.
Vi ringrazio tutti per la collaborazione, e queste regole sono più delle indicazioni a tutela di chi realmente ha necessità di richiedere un intervento e un primo appuntamento di consulenza.
Antonio Dessì
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La fine di un amore: il distacco e la sua elaborazione



Non è certamente una questione legata alla durata o alla tipologia, ma quando una relazione amorosa volge a termine è il momento inevitabile per prepararsi al distacco e di conseguenza ad attraversare il dolore. Gli esseri umani spesso hanno la tendenza ad evitare questi momenti, trovando dei compromessi che da un punto di vista logico potrebbero sembrare geniali, come per esempio “restiamo amici“, “ci vediamo ogni tanto per un cinema“, ma in realtà tutto questo, per quanto possa sembrare tremendamente banale, affonda le proprie radici sulla modalità di attaccamento della persona e la sua incapacità a separarsi, o comunque un bisogno affettivo profondo che un partner non può e dovrebbe saturare. Per esempio, le persone con attaccamenti insicuri tenderanno a mantenere la storia in un limbo di torture, con sospensioni momentanee, riavvicinamenti, insomma il solito yo-yo dove spesso si sviluppano sintomi ansiosi e depressivi per il partner che accetta nella speranza futura d’amore e che rappresentano il compromesso davanti ad una difficoltà di separarsi realmente. Chi ha uno stile di attaccamento più sicuro invece riesce a separarsi perché non evita e sa gestire la condizione di dolore, inevitabile, per poter poi riprendere in mano la propria vita. Nelle storie d’amore è importante considerare in qui ed ora e non il la ed allora, incerto e fonte di sofferenza ed illusione.
Sopratutto davanti a relazioni altamente disfunzionali e asimmetriche è molto frequente che il partner più vulnerabile accetti qualsiasi compromesso pur di restare attaccato a briciole d’amore. La consapevolezza di sé dovrebbe restituire un faro nella nebbia e far riconoscere quanto potrebbe essere dannosa per la propria vita una condizione di quel genere. Non è infrequente sentire i racconti di storie davvero dolorose dove al di la di un amore alla deriva la tortura continua.In tempi moderni tutto questo è amplificato anche dai mezzi di comunicazione, come i social network, whatsapp ecc… che mantengono sempre una finestra aperta su quell’amore “finito” e ne impediscono la reale elaborazione.
L’elaborazione di una storia consente alla persona di poter riflettere su di sé, su come si è sentita in quella relazione, su come l’hanno fatta sentire, e se veramente è ciò che merita o se può chiedere qualcosa di diverso alla prossima relazione che avrà. Ogni storia insegna sempre qualcosa, e non è mai stata inutile.
In questo senso, anche nella mia pratica con le coppie, l’elemento principale per poter condurre un lavoro assieme è sicuramente quello che si basa sullacondivisione di un sentimento comune. E’ la presenza di amore e desiderio di vicinanza che consente la possibilità di poter lavorare assieme. Se questo manca, non possiamo parlare di una coppia, ma di sentimenti individuali legati al vissuto personale di perdita, e di ritorno alle questioni sull’attaccamento.
La rottura della relazione porta con sé dolore psichico per entrambi i membri della coppia, ed è di fatto un vero e proprio trauma. In questo senso, quasi sempre questo succede quando i nodi che emergono nella relazione non sono compensabili in uno o in entrambi i partner. Spesso succede che le coppie che in terapia non riescono a far fronte alla crisi, abbiano in realtà un corollario di questioni individuali irrisolte che non consentono un accomodamento di coppia e la costruzione di un Noi. Il perseguire su una relazione così disfunzionale e la non accettazione di un amore alla deriva porta inevitabilmente al progredire di una sintomatologia psicologica che può andare dai disturbi d’ansia, alle dipendenze sessuali, dai disturbi depressivi all’abuso di sostanze o oltre dipendenze. Nel caso peggiore la strutturazione di un ciclo di dipendenza affettiva che ingoia i due in un mare di dannazione.
Non tutti hanno bisogno di un aiuto professionale per poter affrontare la crisi della fine di una storia d’amore, sopratutto in quelle persone che hanno la capacità di restituire un senso all’esperienza vissuta con la persona che si è scelta e che ora non è più presente nella propria vita. In realtà, sia da soli, sia con l’aiuto di uno psicoterapeuta se non riesce a far fronte all’elaborazione della perdita, la conclusione della storia consegna alla persona delle linee importanti sulla propria evoluzione futura.
Abbandonare presto la polarizzazione su ciò che uno ha fatto e su ciò che uno non ha fatto è un momento cruciale, perché consente di osservare con un occhio terzo la coppia come un sistema e vedere in che modo funzionava. Evitare di raccontare ad amici e parenti di continuo cosa è successo, perché nessuno, oltre i due protagonisti conoscono meglio la storia di chiunque. Per non essere invasi dalla rabbia nei confronti dell’altro è importante non perdere mai la capacità di vedere la bontà in ciò che l’altro ha fatto, e se ci sono stati dei limiti, riconoscere che quella persona non poteva dare di più di quello che ha dato e che sicuramente ha fatto il massimo. Spostandovi dalla polarizzazione sull’altro, ritornate su di voi, ed è questo il momento in cui potrete sentire il peso di una vita che cambiaPrima c’era lui/lei, ora non c’è più. Ma la vita, al di là delle storie d’amore, è un continuo attaccarci e distaccarci da qualcosa. E in questo è importante diventare sempre più esperti.
La scelta di interrompere una storia non può mai essere una scelta che si prende assieme, perchè ognuno ha i suoi motivi personali e i suoi vantaggi nel mantenere la relazione, a seconda della propria organizzazione di senso, il modo con cui ogni individuo organizza tutte le possibili tonalità del proprio dominio emotivo in una configurazione unitaria in grado di fornirgli una percezione stabile e definita di sé e del mondo. Una configurazione unitaria di schemi interpersonali, perché dalle relazioni interpersonali ha la sua origine, e che comprende tutti gli aspetti sensoriali, affettivi, motori e neurofisiologici sui quali si basa il senso di continuità, di permanenza e unità di sé e della realtà. In altre parole, il concetto di organizzazione di significato personale si riferisce a come l’individuo organizza le perturbazioni che nascono dal suo ambiente intersoggettivo e le trasforma in informazioni significative per il suo ordine interno dentro una cornice di coerenza.
Se è vero tutto questo, il vostro/a ex-partner potrebbe proporvi una soluzione che è in linea con la propria organizzazione di senso, ma questo non significa che lo sia per voi e per il vostro benessere.
Evitate le scenate hollywodiane di restituire regali o doni al vostro partner, perché questo sarebbe semplicemente un volerlo/a punire. Cercate di amare anche nel lasciare una persona.  Non perdete tempo. Appena siete soli/e iniziate a procurarvi una scatola capiente, e iniziate a mettere dentro tutti i ricordi, le lettere, le fotografie, i cd delle vostre canzoni, i regali ricevuti. Non tenete niente addosso che vi ricordi quell’amore. Questo processo è necessario per accelerare l’adattamento alla realtà e sopratutto per evitare che nella distanza si possa verificare un processo di distorsione rispetto al/alla partner, attraverso un processo di memoria selettiva che estrae solo le parti più romantiche della storia appena conclusa. La storia va vista per intero, e se osservate gli oggetti probabilmente vi polarizzerete su quel momento (che probabilmente è stato romantico) ma non è l’unico della storia.
Prima o poi quegli oggetti potranno essere riutilizzati e ricordati per quelli che realmente sono: un momento importante della vostra storia affettiva, e forse, se ne sarete capaci, uno snodo verso il cambiamento. Ma inizialmente fungono da colla, e vi tengono ancorati come topi sul vischio.
Credo che una delle cose più importanti, per quanto più dolorose dei regali o doni, sia quello di chiudere ogni tipo di comunicazione con l’ex partner.Bloccate l’account facebook, whatsapp e telefonate in ingresso. Prima di farlo dovete essere certi/e che tutto sia stato detto. Scrivete una lettera a voi stessi, sui motivi che vi spingono a voler chiudere questa storia e riassumete tutto in una frase da appendere sul letto con un post-it. E un secondo post-it con scritto: “Addio ….” e il nome della/del vostro amato. Quando sarete pronti/e riuscirete a toglierlo.
 Prima di andare via consegnate una lettera anche al vostro partner. Non punitiva per tutto ciò che non ha fatto, ma di quello che siete voi e che sino ad allora avete potuto fare.
A questo punto attraversate il dolore. Cercate luoghi nuovi e non quelli che avete sempre frequentato. Ascoltate la musica che volete, cercate una canzone che vi ricordi quel momento e ascoltatela tutte le volte che volete. Ascoltate il dolore e chiedetegli per cosa state soffrendo, quale aspettativa si è rotta come il cristallo che cade a terra, e cosa vi ha deluso.
Quando siete pronti/e cercate un fotogramma della persona che avete lasciato, e nel bene e nel male, raccontatevi cosa vi aiutato a capire di voi.
Ora siete pronti per il futuro. Cosa dovrebbe avere una relazione nuova di diverso rispetto alla precedente? Quali sono i bisogni più importanti che non sono stati appagati? Questa esperienza consentirà di comportarmi diversamente nella nuova relazione che ci sarà? Quali caratteristiche dovrà avere il nuovo/a partner?
Ricordate che a volte si soffre perché non si accetta che l’altro sia esattamente quello che è. Può piacere sotto tanti aspetti, ma a volte vorremmo che avesse qualcosa che ci manca e di cui abbiamo bisogno. Non si può spezzare un’immagine e sperare che l’altro inserisca quella caratteristica. Amare è anche accettare l’altro per quello che è e lasciarlo/a.
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Quando amore è manipolazione



Ci sono uomini, ma anche tante donne così come scrivono anche alcuni miei colleghi psico-blogger su Tiscali che sono incapaci di amare e che nella relazione con l’altro non possono fare a meno di usare la manipolazione affettiva come modalità pervasiva nel contatto con l’altro/a.  La manipolazione dell’altro e della relazione è il pane quotidiano di questa tipologia di persone, che anche se spesso inconsapevolmente, ha lo scopo di distruggere, di annientare l’altro/a, ora amato, ora odiato, ora ammirato, ora invidiato.
Nell’entrare in relazione con questa tipologia di persone, che non basterebbe chiamarle solo narcisisti, perché da un punto di vista clinico spesso hanno tratti borderline, istrionici, antisociali e paranoici si entra nel mondo di una relazione d’amore perversa, al limite della tortura. Nel dialogo con loro si ha spesso la sensazione una volta di parlare con un gattino che fa le fusa, altre volte si ha la sensazione di parlare con un boia che vuole decapitare le teste. E’ la dualità di queste personalità quella che in un certo senso “confonde” le prede d’amore, che si ancorano alla parte più buona, ma che è sempre e comunque manipolatrice e incapace di amore. Queste persone hanno un alta considerazione di sé e ovviamente scelgono per loro stessi/e chi li/le ama e tendono in ogni modo a tenerlo/le  in pugno. Sicuramente non per costruire una storia d’amore, ma trarne un vantaggio, in termini di sicurezza e di base sicura (vedi in archivio i miei articoli sull’attaccamento)
Se è vero che spesso le vittime agiscono con il massimo sforzo per ottenere il minimo delle briciole d’amore, è vero che il manipolatore o la manipolatrice agiscono con il minimo sforzo per ottenere il massimo vantaggio. Sono inconsapevoli perlopiù. Agiscono con molta naturalezza e senza fretta, anzi, sarà proprio la preda a consegnarsi ogni volta alle sue mani, perché anche la più banale delle mosse, come per esempio quella del silenzio, non serve ad altro che stabilire l’asimetria della relazione (chi ha il potere, chi no). E chi ama spesso non ha potere in queste relazioni. Questo succede spesso perché la preda è stata toccata su un nodo profondo che ha a che fare con la sua vita affettiva e non ha strumenti per poter gestire “il vecchio” che ancora vive nel presente. Nella preda spesso si assiste ad una vera e propria scissione, la mente può sapere che tutto quello che sta succedendo è nocivo per la propria salute e per il proprio equilibrio, che la vita personale si sta prosciugando, che si hanno meno energie per il lavoro e per lo studio, che non si frequentano più spesso familiari e amici. L’amore è diventato totalizzante, come una droga nei confronti del/della proprio/a aguzzino/a. La scissione è un aspetto molto interessante anche nei racconti che la preda d’amore fa: un giorno lui o lei è amorevole, un giorno è un boia. Questo confonde totalmente anche chi sta vicino alla persona e sente i suoi racconti, pensiamo agli amici, che nel vortice dell’ambivalenza non capiscono più cosa sta succedendo alla persona cara. Spesso, se non sono amici che amano davvero, si allontanano.
L’effetto di queste relazioni è spaventoso, proprio perché si diventa lospecchio del narcisista, e la preda d’amore non comprende che tutto è finalizzato ad un utilizzo egoistico dell’amore incondizionato della preda, e la speranza che provino un senso di colpa per quello che stanno facendo in realtà è impossibile perché non hanno occhi per vedere l’altro. Con questo intendo che, non riuscendo a vedere sé stessi, perché non sanno chi sono, non possono sviluppare una capacità empatica nei confronti dell’altro, e se gli viene richiesta,scimmiottano, solo perché hanno paura di perdere il loro giocattolino.
La tenerezza è un’arma per nutrirsi della vittima, sino a svuotarla. Sono tanti e tante, le donne e gli uomini, che sono rimasti/e imbrigliati nella rete di una relazione così disfunzionali. Eppure, per ciò che ho potuto sentire, nonostante il riconoscere che la relazione è tossica rimangono appesi. Nonostante depressione, disforia, attacchi di panico, disturbi alimentari ecc….
Credo che una delle maggiori difficoltà sia proprio nella capacità di centrare su se stessi l’analisi sulla situazione, ma con il tempo mi sono reso conto che questo non basta, perché le persone sentivano comunque che qualcosa rimaneva appeso, rimaneva legato. E in questo caso, facendo tesoro degli insegnamenti della Telfener sulla forme di addio, ognuno ha il suo modo di esprimerlo. Trovare il centro non basta a risolvere una relazione di quel tipo, ma va rotto il gioco perverso che il narcisista ha messo su per tenere imbrigliata l’altra persona, (e spesso è la promessa d’amore) e questo ha sempre a che fare con un nodo molto profondo della preda (il narcisista spesso non lo sa) e che esprime emozioni di rabbia, di dolore. E’ per questo che queste relazioni finiscono sempre con dolore, con rabbia, perché non sono legami di bontà.
I/le manipolatori/trici scimmiottano l’amore, fanno finta di amare, sono in grado di dire di voler bene, possono persino parlare che un giorno ci sarà un matrimonio, un viaggio assieme. Ma la regola è sempre la stessa: ad ogni finta carezza sussegue un colpo di martello che spaccherà il cuore. Più carezze ci saranno, più colpi si prenderanno. L’obiettivo del narcisista è tenere in qualsiasi modo vicino la preda d’amore. E la preda dev’essere disposta davvero a vedere di tutto: altro che le 6 frustate finali in cinquanta sfumature di grigio
E allora la domanda più semplice da porsi è questa: Cosa sto amando di lui/lei? Perché il rifiuto, il maltrattamento, la manipolazione e il raggiro divengono qualcosa da amare?
La situazione peggiore e il campanello di allarme aumenta di volume quando si sente di non avere più scelta, persino quando si dice: “Ho incontrato lui/lei nella mia vita e ora non posso tornare indietro“. Sembrano le maledizioni del cielo, ma non è così. Lui/lei è solo una persona molto danneggiata che si è incontrata nella propria vita. Si può andare avanti invece. Il manipolatore non è mai autentico e se lo vedeste in faccia per quello che realmente è fuggireste a gambe levate. Ma comprendo, dai racconti che sento, che questo processo avviene solo dopo un po’.
Dietro la trappola c’è sempre unricatto affettivo a volte molto impercettibile, e una minaccia, costruita ad hoc proprio sul vostro tema più dolente. Se avevate paura degli schiaffi di vostra madre, probabilmente il vostro manipolatore ha intercettato questa paura e la usa contro di voi spaventandovi o minacciandovi di lasciarvi se continuate a confrontarlo o chiedergli/le tutto ciò di cui voi avreste bisogno per poter sopravvivere.
Scordatevi che il manipolatore si attribuisca una colpa, e quando lo fa è solo per fini egoistici, per esempio tenervi lontani per un po’. Non ci sarà mai un discorso profondo di riconoscimento di quanto può avervi ferito/e. La colpa sarà prevalentemente vostra, sia nei vostri difetti, e quelle più difficili da scardinare sono proprio quelle che fanno diventare i pregi una colpa. Perché se sapete amare, probabilmente questo diventerà una colpa del fatto che il vostro rapporto non andrà bene.
Un occhio di riguardo allelusinghe. Queste sono sempre finalizzate ad ottenere qualcosa da voi, a mantenervi vicino, e a farvi ingerire un boccone amaro. Perché non dimenticate che siete il giocattolo preferito del narcisista.  A questo ricordate tutte le volte che invece vi ha denigrato senza chiedervi mai scusa. Il narcisista non ha capacità di integrare, ma è un bambino capriccioso e arrabbiato che non si impegna, che vede 1000 giochi e non ne sceglie nemmeno uno. Questo il suo triste destino.
Un aspetto molto importante per le prede d’amore è quello di riconoscere di vivere all’interno di una relazione che crea sofferenza, e che ci si sta nutrendo di quello. Decidete quante scorpacciate volete ancora farvene, ma prima o poi dovrete fare i conti con le forze che saranno sempre meno, e con la vostra vita che sta diventando un deserto.
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La ghianda dell'amore



Ogni essere umano conserva in sé una ghianda dell’amore. Chi sotto la neve, chi sotto la sabbia del sole cocente del deserto, chi in un cassetto vecchio e insignificante, e a volte sembra così inutile e morta da non considerarne più l’esistenza e si può pensare di non averne più bisogno. Paura, dolore … Eppure, per quel che ho il privilegio di vedere, tutti hanno bisogno d’amore, imparare a darlo e imparare a riceverlo, per poter avere due ali e sentirsi finalmente liberi, leggeri e rompere la gabbia che per tanto tempo si è chiamata vita. La primavera è il momento migliore per i germogli e per vedere la piccola ghianda innalzarsi in piccola quercia. Quella primavera non è certo fuori di noi, anche se i colori, il tepore delle giornate di Marzo possono illudere che sia così. Ma capire quale occasione di primavera rappresenta una possibilità per poter cambiare.
(Antonio Dessì)
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Fame d'amore: i disturbi alimentari psicogeni



Ciò che spesso caratterizza gli esseri umani nel loro malessere è la mancanza di senso e di significato a ciò che accade. E la ricerca di senso è ciò che spesso caratterizza i discorsi tra le persone. Questo succede anche in ambito di disagio psicologico ed è ancora più impressionante nel caso dei disturbi alimentari: anoressia, bulimia, disturbo dell’alimentazione incontrollata. E’ vero che molto spesso la tv ha tentato di venire incontro ad una costruzione di senso rispetto a questo dramma, tentando di ricostruire le trame del disagio di adolescenti con i corpi dilaniati dal dolore, ed identificandolo spesso nei modelli proposti dalla tv e dalle passerelle. Così spesso si è assistito a vere e autentiche lotte, proponendo slogan “grasso è bello“, “mai più la taglia 42” ecc… Questo è successo, dal mio punto di vista perché si è persa percezione che anche le passerelle sono un luogo dove si esibisce il corpo dilaniato, oppure, nel caso degli uomini, un corpo pompato, la “vigorexia“, che altro non è che l’ossessione verso il proprio corpo, una forma di disturbo alimentare al maschile. Il discorso è molto articolato e non ho la pretesa di esaurirlo certamente con un post.
Ciò che è importante sottolineare è che tendenzialmente alcune persone sono più predisposte a sviluppare un disturbo del comportamento alimentare ed in particolare quelle persone che nella loro organizzazione di personalità hanno una determinata modalità di costruire un senso all’esperienza proveniente dall’esterno e ancorata al contesto.
Sebbene possa sembrare qualcosa di assolutamente patologico, in questo c’è solo la modalità con cui la persona ha imparato a costruire e decodificare l’esperienza e che per uno psicoterapeuta è chiaro già da un primo colloquio. In questo senso non è certamente meglio avere un’organizzazione fobica od ossessiva che condividono degli aspetti ma altri no. Semplicemente si è diversi.  L’identificazione dell’organizzazione nella costruzione di senso consente al terapeuta di trovare una matrice su cui lavorare inizialmente.
A questo nel modello di psicoterapia costruttivista, il terapeuta, come altre volte ho scritto, è uno studioso del modello di attaccamentoLa teoria dell’attaccamento studia l’organizzazione dei legami affettivi e i processi attraverso i quali si costruiscono. In essa assumono un’importanza fondamentale le interazioni ripetute tra il bambino e le figure che si prendono cura di lui/lei, poiché a tali dinamiche è riconosciuto un peso cruciale nella costruzione dell’identità personale e del modo di rappresentarsi il mondo. Il bambino organizza le esperienze relazionali con le figure di riferimento in modelli che filtrano la percezione di sé e dell’altro nel rapporto intimo. I modelli operativi interni, così chiamati, che caratterizzano uno specifico stile di attaccamento sono schemi complessi, che comprendono componenti emotive e cognitive, i quali organizzano la rappresentazione di sé, dell’altro e di conseguenza il comportamento. Tra i vari scambi madre-bambino l’alimentazione rappresenta un momento essenziale. La ricerca clinica evolutiva degli ultimi anni offre una lettura dei disturbi alimentari precoci in chiave interattiva, evidenziando chiaramente l’importante ruolo svolto dal legame di attaccamento nella genesi dei disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia.
Tralasciando gli aspetti legati alla psicoanalisi di Anna Freud (1946) e le emozioni conflittuali nei confronti della madre simbolizzati attraverso il cibo , e quelli di Sandler sulla teoria della regolazione del Sé durante l’infanzia, ovvero che attraverso i ritmi biologici, tra cui quello fame-sazietà, vengono regolati gli stati interni del bambino, si arriva alle teorie di uno studioso di nome Stern.
Egli mette in rilievo come l’importanza della funzione materna di sintonizzazione affettiva con gli stati d’animo del bambino, alla base della percezione di sé, mente ed individualità. Secondo Stern la nutrizione è un’attività fondamentale per la costruzione dell’identità, in quanto permette contatti faccia a faccia e stimolazioni sociali. Pensate a quanto è importante il momento in cui nutrite il vostro bambino.
Già nei primi mesi di vita, bambini con disturbi della regolazione alimentaremettono in luce comportamenti di imprevedibilità e di incoerenza della figura di accudimento durante l’allattamento, unitamente alla difficoltà di questa, di posizionare il bambino per favorire il contatto visivo e sociale. I bambini con disturbi alimentari già mostrano scambi affettivi durante l’alimentazione, poco chiari, con madri poco recettive e cooperative, e mostrando comportamenti arbitrari, direttivi, controllanti, pieni di regole, sia durante l’alimentazione, sia durante il gioco.
Ci sarebbe molto altro da dire da un punto di vista teorico, ma sicuramente, per uno studioso del comportamento come me, molte volte fa sorridere vedere iniziative del tipo “togliamo la taglia 42 dalle passerelle“, perché in realtà, nella maggior parte delle volte si tratta di persone che soffrono già di un disturbo del comportamento alimentare. E se è vera la teoria costruttivista sulle organizzazioni di significato, che brevemente vi ho spiegato prima, va riconosciuto che l’organizzazione di chi sviluppa un disturbo alimentare tendenzialmente è capace di costruire un senso partendo dall’esterno, e quindi da ciò che gli altri dicono. I disturbi alimentari sono l’estrinsecazione del dolore attraverso il corpo.
Spesso i disturbi alimentari sono un modo per esprimere il dolore di un lutto, di un maltrattamento, di abusi e abbandoni, e questo succede già in età precoce. La modalità per anestetizzare il dolore è pensare al peso corporeo, al corpo, a quanto cibo si ingerisce. La persona che soffre di disturbi alimentari crea un sistema per cui il dolore diviene inesistente e continua a viverlo in sordina.  La cosa che mi preme dire è che questi non sono disturbi legati all’appetito, nel senso che l’aspetto della rieducazione nutrizionale è fondamentale per riprendere peso (pensiamo ai casi di anoressia) ma sono malattie che esprimono un dolore, quindi un aspetto ben più profondo delle ossa che si possono vedere.
Più si è magri più il dolore è forte e profondo nella storia di una persona, e va buttata la lente dell’oggettività, perché il dolore è soggettivo.  Molti autori la chiamano “fame d’amore“, e in un certo senso spesso succede questo, sopratutto nelle forme restrittive, ma anche nelle forme di bulimia dove spesso l’inadeguatezza della propria immagine viene modificata con la speranza poi di essere davvero amati.
L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a trecentossanta gradi, del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo” (Fabiola De Clercq, 1998, Fame d’Amore, Rizzoli).
Ecco perché parlare semplicemente di taglia 42, dal mio punto di vista, non rende giustizia al dolore delle persone che ne soffrono.
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