Tutto l'amore del mondo: chi sono i dipendenti affettivi?



Il terreno su cui uno psicologo si muove rispetto al tema delle dipendenze affettive è estremamente delicato. Nel mio blog ho scritto diversi articoli sul narcisismo, sulla dipendenza affettiva e sintomi sessuali come strategia per mantenere il rapporto, ma un messaggio che mi sembra molto importante rimandare è quello relativo alla co-costruzione affettiva inconsapevole di questa problematica relazionale. Se è vero che esistono delle caratteristiche tipiche di persone con tratti narcisistici di personalità, dall’altro lato esiste un incastro perfetto (nella mente del dipendente affettivo) con la persona che sceglie per portare avanti una relazione. Molto spesso lavoro con coppie che sono affette da dipendenza affettiva e che certamente non chiedono il mio aiuto per questo, ma più spesso per problematiche sessuali, dopo aver tentato Viagra, Levitra e antidepressivi. Altre volte richiedono una consulenza donne o uomini che soffrono per altri disagi collaterali (ansia, depressione ecc….) e che certamente se ne vedono bene dal mettere in discussione la relazione nella quale stanno. Ciò che è possibile sentire è la solitudine, una bolla di giochi relazionali e di poco amore che tiene vincolate due persone. In tal senso, il lavoro sia sul singolo, sia sulle coppie è di tipo sistemico, perché anche se in realtà si rivolge allo psicologo una sola persona, l’altra è comunque un implicito nel lavoro che si può portare avanti. Molto spesso anche il/la partner che non va dallo psicologo ha sviluppato dei sintomi, ma spesso appare come più “sano” rispetto a  chi ha chiesto la consulenza. Questo è spesso dovuto al fatto che uno dei due latita, e da questo punto di vista la difficoltà sta proprio nel capire che anche queste mosse relazionali con lo psicologo sono, sicuramente inconsapevolmente, tese al mantenimento della relazione disfunzionale. Un po’ come se si volesse aggiustare un pezzo e ritornare nuovi, senza andare in profondità e sentire spesso la distanza emotiva e l’unione impossibile che può esserci tra due persone che sono entrate nel circolo della dipendenza.
Un aspetto interessante, che spesso ho avuto modo di notare nella nascita delle coppie che poi sviluppano una dipendenza affettivarisiede già nei primi momenti di contatto tra i due potenziali partner. La sensazione che ho sempre avuto è stata quella di sentire storie di persone che si “univano” alla ricerca di appagare bisogni affettivi profondi irrisolti. Nella mia formazione in psicoterapia sicuramente ho imparato che non esiste un giusto o sbagliato ma un cosa e un come che spinge le persone a co-costruire qualcosa.  Così, nella storia di tanti dipendenti affettivi c’è un vuoto d’amore e spesso, come nel teatro greco, un coro di voci che continuano a cantare attorno: “Come fai a stare in una situazione così difficile?”.
Questo spesso serve solo a rinforzare il comportamento del/della dipendente affettivo/a, che “incitata” da amici, parenti ecc.. sul tema della resistenza, percepisce i suoi sforzi di mantenere una relazione disperata come “vero amore“. A volte, succede invece che questi tentativi vengano interpretati come nobili gesti, ma poi spesso si scopre che la radice di tanta nobiltà d’animo e di tanta devozione all’oggetto d’amore è un film in bianco e nero che si ripete nel presente. In questo senso nella dipendenza affettiva la protagonista è la distanza, due persone lontane emotivamente e in disarmonia con quello che succede durante le giornate (inseguimenti, soffocamento d’amore…). In questo senso la terapia è la restituzione di una coerenza tra interno, ciò che si prova, ed esterno, ciò che è più consono con il proprio sentire. Una storia di dis-amore appresa molto presto e sulla quale la persona ha strutturato la propria affettività, ma anche la propria voglia di rivincita. Un po’ come nelle fiabe e nei film: “Con così tanto amore prima o poi mi amerà“, “In effetti, se ora mi scrive così poco, forse ha bisogno solo dei suoi tempi per innamorarsi“, “Magari gli regalo qualcosa, così mi dirà delle cose…“.
I dipendenti affettivi vivono costantemente il loro amore inseguendo la loro strada, quella della redenzione e del riscatto affettivo, e i narcisisti quella della loro chiusura e solitudine: non esiste un luogo di incontro, e quando la dipendenza si risolve, a volte ci si rende conto che il luogo di incontro e amore è quello di lasciarsi, affinché ognuno possa prendersi cura di sé (anche se spesso i dipendenti cercano di “curare” il partner co-dipendente). Ogni persona ha la sua storia, gli eventi che si sono snodati nella costruzione di un’affettività e di un bisogno di amore. Molto spesso, nelle storie dei dipendenti affettivi il ruolo che si assume è quello della negazione dei propri bisogni emotivi ed affettivi, e molto spesso infatti, se si incontra e si tenta l’unione con un partner con caratteristiche tipiche del narcisismo,l’espressione dei propri bisogni viene vissuta dal dipendente affettivo come l’acqua santa sul demonio, proprio perché l’equilibrio disfunzionale si basa su questo e l’espressione dei propri bisogni, a seconda della resilienza del partner, può rappresentare la minaccia di rottura della relazione.
E’ paradossale, ma se è vero che nel caso del narcisismo si è incapaci di amare, non è corretto ammettere che un/una dipendente affettiva cerca amore, anzi, spesso non sono proprio attratti/e da partner disponibili affettivamente. Mi piace dire che i dipendenti affettivi hanno difficoltà ad accettare antiche ferite e cercano nel presente come liberarsene, modificando i finali e attuando un maquillage psicologico. Amano la sfida, il riscatto, le grandi imprese d’amore. Se è vero che spesso il partner narcisista ha il desiderio di tenere vicino il/la partner dipendente affettivo/a per i propri scopi narcisistici senza poterlo/a amare, è vero che il duetto inconsapevole si struttura con ungioco perverso dove il/la dipendente affettivo/a si lega da solo/a sopratutto ai tentativi di rottura delle catene, anche in psicoterapia. Spesso è il senso di colpa, la bassa autostima e la paura di separarsi, a giocare un ruolo importante. Pertanto, è come se si perdessero dei confini personali e si diventa ciechi di vedere l’incapacità di amare del partner e la si attribuisce a sé stessi: “Se non è voluta uscire stasera con me è perché sicuramente l’altra sera ho detto qualcosa di sbagliato“. E il gioco è fatto …
Le relazioni dipendenti sono come un ammasso di gelatina appiccicosa, che un bravo terapeuta maneggia con guanti inizialmente e poi cerca “regalarne” un paio al partner che gli/le chiede aiuto per poter continuare a risolvere la relazione disfunzionale. Se si staccano da una parte, le parti si riattaccano dall’altra. Pertanto il lavoro psicologico è molto complesso, sopratutto nei casi in cui uno dei partner rimane “a casa” e l’altro va dallo psicologo, spesso senza averle/gli mai sfiorato la mente l’idea di avere una relazione disfunzionale e fonte di sintomi.
E’ un gioco ad incastro ed occorre sviluppare una buona capacità di analisi di sé e della propria storia affettiva per stare in contatto con ciò che succede da un punto di vista emotivo nella coppia. Anzi, spesso le persone che superano la dipendenza affettiva con il partner si rendono conto di essere diventate una vera coppia nel momento in cui hanno deciso di lasciarsi. E’ un tuffo nel vuoto e non un incontro, un salto in un passato a volte di dolore e solitudine, un passato che si tenta con ossessione di cambiare, un ripercorrere sempre la stessa strada alla ricerca di sé e con l’illusione di cercare l’altro, precludendosi la possibilità di credere di poter cambiare e cercare amore, e non più dolore, solitudine, pretese, tenere a sé qualcuno/a che si è incapaci di amare. Il danno maggiore è legato al fatto che si peggiora in due e si cronicizzano disturbi già presenti prima della relazione.
Da questo punto di vista, ciò che mi è stato possibile vedere è che nei casi di dipendenza affettiva molto spesso anche le terapie farmacologiche risultano essere inefficaci perché sicuramente assumere un antidepressivo per un disturbo distimico (depressione che dura da almeno due anni) può temporaneamente risollevare la persona, ma non appena si scala il farmaco a conclusione di terapia, la relazione spesso si è avvolta di un altro mantello, quello dell’illusione che tutto possa andare (a volte succede che proprio nel periodo di benessere si facciano scelte importanti, tipo un figlio, andare a vivere assieme ecc….).Occorre pertanto una terapia che sfrutti al massimo il tempo, con strategia ed efficacia, perché i tentativi di mantenere la relazione sono tantissimi ed aumentano con l’iniziare della terapia da parte di uno dei partner in genere, ma anche se si va in coppia. Questo perché i postumi potrebbero essere più difficili da gestire, spesso se si sono avuti figli, matrimoni ecc… Pertanto la situazione si complica, e non poco. Inoltre è importante dire, e questo è un mio punto di vista del tutto personale, che certi tipi di psicoterapia non sono adatti a fronteggiare questa problematica, anzi, alcuni tipologie di psicoterapia sviluppano un’empatia eccessiva nel partner dipendente che allunga tanto i tempi di costruzione di alleanza terapeutica con il nuovo terapeuta e a seconda della personalità del dipendente può favorire un’esacerbazione di un processo persecutorio, ovvero, “E’ il terapeuta che vuole rompere il vero amore che c’è tra di noi“.
La dipendenza affettiva di nutre di assenza di confini, ed in generale si esprime sul piano emotivo con il senso di colpa, la paura di separarsi, il terrore della distanza, la difficoltà a mostrare le proprie emozioni e quello che si prova.


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