Fame d'amore: i disturbi alimentari psicogeni



Ciò che spesso caratterizza gli esseri umani nel loro malessere è la mancanza di senso e di significato a ciò che accade. E la ricerca di senso è ciò che spesso caratterizza i discorsi tra le persone. Questo succede anche in ambito di disagio psicologico ed è ancora più impressionante nel caso dei disturbi alimentari: anoressia, bulimia, disturbo dell’alimentazione incontrollata. E’ vero che molto spesso la tv ha tentato di venire incontro ad una costruzione di senso rispetto a questo dramma, tentando di ricostruire le trame del disagio di adolescenti con i corpi dilaniati dal dolore, ed identificandolo spesso nei modelli proposti dalla tv e dalle passerelle. Così spesso si è assistito a vere e autentiche lotte, proponendo slogan “grasso è bello“, “mai più la taglia 42” ecc… Questo è successo, dal mio punto di vista perché si è persa percezione che anche le passerelle sono un luogo dove si esibisce il corpo dilaniato, oppure, nel caso degli uomini, un corpo pompato, la “vigorexia“, che altro non è che l’ossessione verso il proprio corpo, una forma di disturbo alimentare al maschile. Il discorso è molto articolato e non ho la pretesa di esaurirlo certamente con un post.
Ciò che è importante sottolineare è che tendenzialmente alcune persone sono più predisposte a sviluppare un disturbo del comportamento alimentare ed in particolare quelle persone che nella loro organizzazione di personalità hanno una determinata modalità di costruire un senso all’esperienza proveniente dall’esterno e ancorata al contesto.
Sebbene possa sembrare qualcosa di assolutamente patologico, in questo c’è solo la modalità con cui la persona ha imparato a costruire e decodificare l’esperienza e che per uno psicoterapeuta è chiaro già da un primo colloquio. In questo senso non è certamente meglio avere un’organizzazione fobica od ossessiva che condividono degli aspetti ma altri no. Semplicemente si è diversi.  L’identificazione dell’organizzazione nella costruzione di senso consente al terapeuta di trovare una matrice su cui lavorare inizialmente.
A questo nel modello di psicoterapia costruttivista, il terapeuta, come altre volte ho scritto, è uno studioso del modello di attaccamentoLa teoria dell’attaccamento studia l’organizzazione dei legami affettivi e i processi attraverso i quali si costruiscono. In essa assumono un’importanza fondamentale le interazioni ripetute tra il bambino e le figure che si prendono cura di lui/lei, poiché a tali dinamiche è riconosciuto un peso cruciale nella costruzione dell’identità personale e del modo di rappresentarsi il mondo. Il bambino organizza le esperienze relazionali con le figure di riferimento in modelli che filtrano la percezione di sé e dell’altro nel rapporto intimo. I modelli operativi interni, così chiamati, che caratterizzano uno specifico stile di attaccamento sono schemi complessi, che comprendono componenti emotive e cognitive, i quali organizzano la rappresentazione di sé, dell’altro e di conseguenza il comportamento. Tra i vari scambi madre-bambino l’alimentazione rappresenta un momento essenziale. La ricerca clinica evolutiva degli ultimi anni offre una lettura dei disturbi alimentari precoci in chiave interattiva, evidenziando chiaramente l’importante ruolo svolto dal legame di attaccamento nella genesi dei disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia.
Tralasciando gli aspetti legati alla psicoanalisi di Anna Freud (1946) e le emozioni conflittuali nei confronti della madre simbolizzati attraverso il cibo , e quelli di Sandler sulla teoria della regolazione del Sé durante l’infanzia, ovvero che attraverso i ritmi biologici, tra cui quello fame-sazietà, vengono regolati gli stati interni del bambino, si arriva alle teorie di uno studioso di nome Stern.
Egli mette in rilievo come l’importanza della funzione materna di sintonizzazione affettiva con gli stati d’animo del bambino, alla base della percezione di sé, mente ed individualità. Secondo Stern la nutrizione è un’attività fondamentale per la costruzione dell’identità, in quanto permette contatti faccia a faccia e stimolazioni sociali. Pensate a quanto è importante il momento in cui nutrite il vostro bambino.
Già nei primi mesi di vita, bambini con disturbi della regolazione alimentaremettono in luce comportamenti di imprevedibilità e di incoerenza della figura di accudimento durante l’allattamento, unitamente alla difficoltà di questa, di posizionare il bambino per favorire il contatto visivo e sociale. I bambini con disturbi alimentari già mostrano scambi affettivi durante l’alimentazione, poco chiari, con madri poco recettive e cooperative, e mostrando comportamenti arbitrari, direttivi, controllanti, pieni di regole, sia durante l’alimentazione, sia durante il gioco.
Ci sarebbe molto altro da dire da un punto di vista teorico, ma sicuramente, per uno studioso del comportamento come me, molte volte fa sorridere vedere iniziative del tipo “togliamo la taglia 42 dalle passerelle“, perché in realtà, nella maggior parte delle volte si tratta di persone che soffrono già di un disturbo del comportamento alimentare. E se è vera la teoria costruttivista sulle organizzazioni di significato, che brevemente vi ho spiegato prima, va riconosciuto che l’organizzazione di chi sviluppa un disturbo alimentare tendenzialmente è capace di costruire un senso partendo dall’esterno, e quindi da ciò che gli altri dicono. I disturbi alimentari sono l’estrinsecazione del dolore attraverso il corpo.
Spesso i disturbi alimentari sono un modo per esprimere il dolore di un lutto, di un maltrattamento, di abusi e abbandoni, e questo succede già in età precoce. La modalità per anestetizzare il dolore è pensare al peso corporeo, al corpo, a quanto cibo si ingerisce. La persona che soffre di disturbi alimentari crea un sistema per cui il dolore diviene inesistente e continua a viverlo in sordina.  La cosa che mi preme dire è che questi non sono disturbi legati all’appetito, nel senso che l’aspetto della rieducazione nutrizionale è fondamentale per riprendere peso (pensiamo ai casi di anoressia) ma sono malattie che esprimono un dolore, quindi un aspetto ben più profondo delle ossa che si possono vedere.
Più si è magri più il dolore è forte e profondo nella storia di una persona, e va buttata la lente dell’oggettività, perché il dolore è soggettivo.  Molti autori la chiamano “fame d’amore“, e in un certo senso spesso succede questo, sopratutto nelle forme restrittive, ma anche nelle forme di bulimia dove spesso l’inadeguatezza della propria immagine viene modificata con la speranza poi di essere davvero amati.
L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a trecentossanta gradi, del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo” (Fabiola De Clercq, 1998, Fame d’Amore, Rizzoli).
Ecco perché parlare semplicemente di taglia 42, dal mio punto di vista, non rende giustizia al dolore delle persone che ne soffrono.


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