Legami: "Come" o "perché" possono far soffrire?



La fonte di maggiore sofferenza per le persone è la rottura di una ricorsività nell’unità di senso e costruzione di significato. Questo significa che nel sistema mente la ricorsività di senso tra la parte che esperisce e la parte che riflette sull’esperienza è interrotta per un black-out. Così succede anche per i legami: possono far soffrire o possono rendere felici. Ma la sofferenza sta proprio nella rottura dell’unità di senso, e nella difficile ricostruzione della co-costruzione che è avvenuta tra le due persone coinvolte nel legame. Lo sviluppo di capacità empatiche, l’analisi delle sequenze e degli scambi comunicativi spesso rende alle persone un senso che sino a quel momento era celato, mascherato da emozioni come rabbia, tristezza, disgusto e altre. Chiedersi “perchè” si soffre non aiuta, perché riporta la persona in un rituale quasi liturgico di tutte le sequenze che vengono lette con un’unità di senso che manca. E’ come cercare di avviare un software senza sistema operativo. La comprensione empatica verso se stessi, verso l’altro/a, consentono di comprendere profondamente la natura del legame, “Cosa è quel legame”, “Come si fa a fare quel legame”, le caratteristiche, le difficoltà reciproche, e conservare e accettare il come si è provato affetto, mai da mettere in discussione, questa volta incorniciato in un’unità di senso e significato più percorribile, e con la ripresa di una ricorsività mentale prima interrotta. Pertanto, tutti i legami sono utili, a patto che non si interrompa l’unità di senso e la ricorsività. Questo richiede un abile lavoro di centratura su di sé e di capacità di spostarsi e stare anche sull’altro, senza perdersi, per poi ritornare su di sé e ricostruire la trama interrotta.


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