Natale ... che ansia!!



Tra Ottobre e Novembre le persone più sensibili alle festività natalizie iniziano a preoccuparsene. Individuare i regali, fare un giro per i negozi, e spendere i soldi per comprarli. In questo articolo parleremo di quelle manifestazioni caratteristiche dell’ansia e del disturbo da attacchi di panico, nello specifico della cornice delle festività natalizie.
Abbiamo poi una casistica di persone molto abitudinarie, poco creative nello scegliere i regali, quelle che contano il budget (20 euro per ognuno per esempio) che in questo periodo potrebbero invece venir perturbati da temi affettivi che non riescono a controllare o gestire e in questo sviluppare attacchi di panico o ansia. Insomma spesso entrano in ansia perché non sanno se è giusto pensare una determinata cosa, o ancora, se quello che hanno “provato”, per esempio nell’acquistare un regalo fuori budget, è giusto o sbagliato. Da li una spirale di pensieri tra vantaggi e svantaggi, senza fine, e spesso a seguito dell’evento perturbante (aver comprato un regalo non esattamente congruo con ciò che si ritiene sia giusto per il Natale o per quella persona), l’ansia.
Skrik è la famosa opera di Edward Munch del 1893 che noi italiani chiamiamo L’Urlo.
Probabilmente, nell’intento di immortalare un attacco di panico, Munch rappresenta nell’opera un’esperienza vera.
Non è raro sentirmi sicura ed indipendente. Sono sempre stata una persona iperattiva.
Ho svolto sempre tante attività e non ho mai avuto problemi a spostarmi. Ed in questo mi riconosco.. Quando invece ho l’ansia mi sento limitata, ho persino paura di prendere un ascensore o guidare in macchina. Temo che l’ansia sopraggiunga, e lentamente si fa sempre più forte in me il pensiero “perderò il controllo anche questa volta“. Mi sento bloccata. Come faccio ad esempio a prenotare una vacanza dopo gli esami o ad andare a ballare se poi mi sento male?
Mi sento triste e debole.
La Madre: “Ho visto il terrore nei suoi occhi e ho pensato che stesse molto male ed ho deciso immediatamente di portarla all’Ospedale. Temevo per la sua vita“.Il disturbo è una tipologia di disturbo d’ansia, caratterizzato da frequenti ed inaspettati attacchi di panico. Ciò che definiamo ansia non è l’emozione coinvolta negli attacchi, ma la sua attivazione. Mentre la paura è spesso l’emozione provata da chi soffre di attacchi di panico. Il panico è una sfumatura dell’emozione di paura. Nel loro aspetto funzionale hanno il compito di segnalare situazioni pericolose o spiacevoli, mediante le modificazioni fisiologiche prodotte dall’adrenalina che entra in circolo nel sangue. Entro certi livelli, dunque, l’ansia e la paura sono necessarie a ciascuno di noi in quanto ci consentono di affrontare le situazioni temute ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate. Per esempio possiamo sperimentare paura in una situazione in cui ci troviamo ad attraversare la strada ed ad un certo punto sentiamo il clacson di una macchina. Il segnale ci avvisa che probabilmente la macchina potrebbe investirci. In preda alla paura ci metteremo in salvo.
sensazione di asfissia o di soffocamento;
dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata);
disturbi addominali o nausea;
sensazioni di torpore o di formicolio;
brividi di freddo o vampate di calore;
tremori o scosse;
bocca secca o nodo alla gola;
sudorazione accentuata;
sensazione di irrealtà, tendenza a raccontare l’esperienza “come se”;
sensazione di essere staccati da se stessi;
confusione mentale;
paura di perdere il controllo o di impazzire;
paura di morire.
Le persone che soffrono di attacchi di panico si concentrano sull’intensità dei sintomi fisici. Questa tendenza a concentrarsi sui sintomi fisici porta ad una convinzione di avere un grave problema organico, spesso cardiaco, che orienta il soggetto a richiedere un intervento al Pronto Soccorso. Tendenzialmente il cuore aumenta il numero di pulsazioni, si percepisce un senso di vertigine, e col passare dei minuti sembra che il disagio cresca verso livelli insostenibili. Il pensiero che accompagna queste sensazioni è: “avrò un infarto e morirò” oppure “sto impazzendo, perderò il controllo delle mie azioni“.
E’ necessaria una diagnosi differenziale, ovvero si devono escludere patologie di tipo internistico sopratutto a carico dell’apparato cardiaco e respiratorio. Per esempio spesso i soggetti vengono monitorati nella loro attività cardiaca attraverso esami come Holter ecc…

Il periodo che caratterizza il mese di Dicembre è caratterizzato dal caos, il traffico, le file infinite alle casse, le file in profumeria e nei negozi di turno per impacchettare i regali con stile, i messaggi di auguri e i regali forzati. E che terrore poi scrivere quei bigliettini. A volte si va proprio oltre. A volte un biglietto 3x2cm con una scritta gigante: “Buon Natale”. E poi organizzare il cenone, cucinare, mangiare senza fine e poi ripulire. Rivedere i parenti indesiderati ed essere costretti a passare del tempo con gli amici che spuntano soltanto per le feste. E’ proprio spesso nella declinazione del verbo “costrizione” che si crea il germe per un attacco di panico. Le persone con una struttura di personalità simile e sensibile a questa organizzazione di senso, sentono che il loro dominio di libertà è limitato, per questioni affettive, psicologiche individuali e relazionali non adeguatamente risolte e di conseguenza ad un livello di consapevolezza basso, che non consente alla persona di potersi spiegare cosa fa. In tanti pensano ai “regali”. Pochi discernono “regalo” da “dono”.
Ma è bene abituarsi subito all’idea che ognuno prova la “sua ansia” e questa non può essere compresa studiando nozioni, ma facendo un lavoro su di sé. Le declinazioni dell’ansia sono come i colori dell’arcobaleno, e in ciascuno di questi altrettante sfumature diverse. Individuare la propria significa poter osservare le proprie manifestazioni d’ansia avendo chiaro il proprio funzionamento psichico. Questo è stabile nel tempo e costituisce il nostro senso d’identità.
Lo scorso anno un sondaggio condotto dall’Eurodap (Associazione Europea per i disturbi da attacchi di panico) ha rivelato che per molti italiani il periodo delle festività rappresenta un evento perturbante il proprio equilibrio psichico in senso negativo. Infatti:
7 italiani su 10 non vivono le feste natalizie con alcun tipo di entusiasmo, e anzi l’ansia è il sentimento più diffuso
8 su 10 hanno paura del caos e del traffico di questi giorni
7 su 10 sentono che questo periodo sia rischioso a causa del terrorismo
1 su 2 non si muoverà da casa a causa di difficoltà economiche e per paura degli attacchi terroristici
Inoltre, durante il periodo delle festività natalizie ci sono parecchie persone che sperimentano forti livelli di solitudine, depressione, ansia e/o malinconia; si stima infatti, che ogni anno circa l’80% della popolazione soffre, in misura maggiore o minore, di almeno uno di questi sintomi. Secondo alcuni studi,  il numero di suicidi dopo le feste natalizie aumenta fino al 40% e le visite psicologiche e/o psichiatriche, in seguito ad una forte depressione, sono quasi raddoppiate.
 Già da qualche anno il 70% delle persone afferma che questo “Non sarà un Natale gioioso”, mentre per otto italiani su dieci la paura del caos e del traffico “ha preso il posto della gioia”. 8 su 10 hanno paura del caos e del traffico di questi giorni. 7 su 10 sentono che questo periodo sia rischioso a causa del terrorismo. 1 su 2 non si muoverà da casa a causa di difficoltà economiche e per paura degli attacchi terroristici. A questo si aggiunge anche quella fetta di persone che invece soffrono di una sorta di “ansia da prestazione” per le feste. 
Le cause di queste esperienze negative durante il periodo natalizio, risiedono spesso nelle nostre aspettative, soprattutto nella tipologia di “ansia da prestazione”; vale a dire, l’immagine che abbiamo del Natale come evento, genera determinate aspettative e quando non vengono soddisfatte o risultano meno soddisfacenti del previsto, provocano frustrazione. In generale possiamo anche dire che alcune persone sono più sensibili di altre al giudizio altrui, e in questo senso più predisposte a sviluppare questa tipologia di ansia. Il Natale funge da detonatore di questa area di significati. In realtà le persone ne soffrono sempre, anche se in altri periodi dell’anno sono più compensati dal punto di vista psicopatologico.
Diverse sono le persone che si muovono in anticipo per acquistare i regali (già a Ottobre o addirittura nel periodo di saldi). Possono sviluppare attacchi di panico nel momento in cui i loro piani (aver visto un regalo e attendono i saldi etc…) vengono disattesi o non va esattamente come ci si era aspettati. In realtà sviluppano attacchi di panico perché hanno sperimentato di aver perso il controllo, e questo è per loro fonte di paura. Non hanno potuto controllare totalmente un evento.
Ci sono poi le grandi aspettative che vengono determinate in gran parte dalla società. In effetti, sin da piccoli, ci hanno trasmesso l’idea che in questo periodo tutto sia divertente e che il cenone della vigilia sia un momento di incontro con le persone che amiamo. Molti di noi sanno che molto spesso questo non succede, e che si starà a cena anche con persone che si vedono una volta l’anno.
In questo senso la psicopatologia va letta con più lenti: uno sguardo all’individuale, uno alle relazioni, uno all’affettività e il momento esistenziale della persona, l’altro sicuramente la matrice culturale e come questa si è inserita nella storia di vita della persona.
Dovere o piacere?
Il Natale si sa, per tanti implica degli “obblighi” che possono generare momenti di grande stress: ad esempio il fatto di dover trascorrere del tempo con persone diverse da noi, con le quali non abbiamo molto in comune, gli “obblighi” dei regali comandati e non sentiti con il cuore (come nel caso dei “doni”), le cene formali e superficiali. Obblighi intesi come forzature, che ci imprigionano nelle circostanze senza la possibilità di fuggire da esse.
L’idea di non essere all’altezza è un’altra area di stress psicologico che genera ansia e fa sì che quello che dovrebbe essere un momento sereno, diventi una situazione di pura tensione, alimentando così il malessere.
Un altro dei motivi che possono farci vivere male il Natale è la sensazione di non aver raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati nel corso dell’anno, i famosi e inutili “tiriamo le somme”. In realtà, il Natale implica la chiusura di un periodo e l’inizio di un altro, quindi è normale che torniamo a guardarci indietro per analizzare l’effettivo cammino percorso; se abbiamo vissuto un anno negativo e i nostri obiettivi non si sono concretizzati, è normale che ci sentiamo depressi e demotivati. Ma è sempre bene non guardare solo il tempo cronologico, ma anche quello interiore.
Ci possono essere poi strutture di personalità che durante il periodo delle feste sentono molto forte il senso di perdita. Lutti non elaborati, separazioni, rotture di legame. Questi in generale i temi più importanti che potrebbero portare ad una manifestazione di ansia o forti crisi depressive.
Da questa breve descrizione si evince che l’ansia non è uguale per tutti e che in ogni persona costella aree di significato personale che andrebbero comprese e inserite in una trama narrativa legata alla propria storia che, nello scompenso (per vari motivi come scritto sopra) vede lo scollarsi tra la parte di sé che esperisce la situazione e la parte di sé che spiega a se stessi ciò che si è fatto. Insomma, un discorso da officina di psicoterapia! E’ sempre bene non sottovalutare queste manifestazioni perché da un lato rappresentano sicuramente fonte di sofferenza, dall’altra una possibilità di comprendere maggiormente sé stessi. Lo stesso scollamento di aree legate all’esperire avviene anche in altri contesti e situazioni. Lo sviluppo di ansia e attacchi di panico indica che le risorse per la comprensione non sono più sufficienti e si ha necessità di un aiuto più profondo. La sofferenza non sono i sintomi neurovegetativi dell’ansia, ma le emozioni sottostanti che quell’evento ha suscitato, nel caso del periodo in questione, le festività natalizie.
Iconografia dell’attacco di panico
L’opera rappresenta l’angoscia e lo smarrimento che furono caratteristiche della vita di questo pittore norvegese.
Munch passeggiava con alcuni suoi amici su un ponte della città di Nordstrand, la quale oggi è divenuta un quartiere di Oslo. Ad un certo punto fu preso dal terrore. Su un suo diario descrisse quell’esperienza:
« Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. »
Un caso clinico
Luisa è una ragazza che nel 2014 ha 23 anni, studentessa universitaria. Vive a casa sua con la madre, padre ed una sorella più piccola. I suoi genitori da qualche tempo litigano spesso. Attualmente Luisa ha stretto una relazione con Marco, un collega di Università. Richiede una consulenza psicologica a seguito di una visita al Pronto Soccorso per un’improvvisa tachiacardia, formicolio al braccio, oppressione al petto. Al primo incontro Luisa si presenta puntuale, ben curata nell’abbigliamento e nella persona. E’ rigida nella postura e sta seduta sul bordo della sedia. Sembrerebbe un po’ intimorita. Il suo volto è teso e non sorride quasi mai. Dalla storia di Luisa emerge che negli ultimi due anni ha sofferto di attacchi di panico, uno alla settimana. Riferisce di sentirsi molto ansiosa, e di avere difficoltà a gestire le sue emozioni. Dal primo attacco di panico in poi, Luisa alterna dei periodi in cui riesce a svolgere normalmente le sue attività, a periodi in cui non riesce nemmeno ad uscire di casa a causa di diverse paure. In preda dall’ansia si sente bloccata e limitata in tutte le sue attività.
Nei periodi in cui sto bene non ho difficoltà a fare tutto“.
Come sarà il mio futuro se continuerò ad essere così?”.
Luisa si è rivolta al Pronto Soccorso perchè l’ultima volta l’attacco di panico è stato più forte del solito.
I brevi elementi della storia di Luisa sono solo un esempio di tanti che descrivono Il disturbo di panico.
Come si manifesta e come si affronta?

Contrariamente si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura provate sono così intense da produrre alcuni dei seguenti sintomi mentali e fisici:
manifestazioni cardiache quali palpitazioni o tachicardia;
Le descrizioni di attacchi di panico hanno spesso delle caratteristiche comuni: “Mi sento morire..” , “Ad un certo punto mi manca l’aria“, ” Il cuore batte fortissimo“, “Ho paura di impazzire“, ” Ho paura di perdere il controllo“, “Nessuno può capire quanto soffro“.
Inizialmente a segnalarci il sopraggiungere di una crisi di panico sono delle variazioni neurovegetative nel nostro corpo. Ogni attacco di panico può durare dai 20 ai 30 minuti e a seguito della paura il soggetto può cercare aiuto.
A seguito degli attacchi di panico alcuni soggetti possono sviluppare agorafobia. Questo significa che si inizia ad evitare tutti quei luoghi dove si teme che l’attacco di panico possa accadere, oppure tutti quei luoghi dove sarebbe realmente molto difficile chiedere aiuto. Quando l’agorafobia diviene un sintomo più forte, la persona non riesce più ad uscire di casa.
L’esordio del disturbo avviene in genere nel giovane adulto e il sesso femminile sembra essere quello maggiormente colpito.
Il disturbo di attacchi di panico può essere trattato sia attraverso una psicoterapia sia attraverso l’utilizzo di psicofarmaci.
La combinazione di psicoterapia e psicofarmaci è sicuramente più efficace sopratutto nei casi più resistenti, infatti, gli psicofarmaci, da soli non sembrano essere in grado di rispondere a tutte le problematiche che provengono dal disturbo anche perché la matrice psicologica del disturbo può essere elaborata in psicoterapia.
Il farmaco aiuta a controllare i sintomi, ma non a risolvere la matrice composta da pensieri disfunzionali, tipici di questo disturbo.
Inoltre la cronicità del disturbo, la resistenza all’utilizzo dei farmaci, l’insorgenza di effetti collaterali, la possibilità di ricadute dopo la sospensione delle terapie, la vulnerabilità alla riacutizzazione di fronte a nuovi stimoli stressanti, le pesanti implicazioni sul piano emotivo ed esistenziale sono elementi che orientano verso un trattamento combinato o non di questo disturbo d’ansia.
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** Avviso attività periodo festivo **



Buongiorno a tutti,
Comunico che lo studio osserverà giornate di chiusura totale nelle date dal 23 al 26 Dicembredal 31 Dicembre al 3 Gennaio 2017. Saranno giornate di pausa istituzionale per le festività natalizie. Durante questo periodo ho in agenda appuntamenti e spazi liberi per consulenze, per cui sono disponibile.
Per contattarmi: 3921350189, il mio cellulare di servizio. In alternativa Sms o Whatsapp (rispondo o richiamo in giornata).
È attiva la mia mail in alternativa: dessi-antonio@tiscali.it
Il periodo di feste è sempre molto delicato per le persone con sofferenza psichica e relazionale. Da anni lavoro durante questo periodo senza alcun tipo di frustrazione e con piacere di rendermi disponibile, dedicando a me stesso momenti di pausa in altri momenti dell’anno.
Buona giornata
Antonio Dessi
Nella foto un oggetto nuovo nel mio studio. Un brucia essenze montato su un sale hymalaiano, dono di una collega psicoterapeuta e amica, che ringrazio anche qui sulla mia pagina.
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Certe domande sul mio lavoro ...



A volte qualcuno mi pone la domanda:
«Ma come fai tutto il giorno a stare a sentire problemi degli altri?»
Non mi riconosco nel ruolo di chi ascolta i problemi degli altri. Questi «altri» hanno tutti un nome e storie che mi appassionano. Così, quando sono felice per il mio lavoro, sono consapevole dei brutti temporali, delle gelate artiche, del deserto e i suoi scorpioni. E tanto altro. Non sono le persone tutto ciò, ma la loro area di sofferenza. E io sono li con loro, tutto dentro quella stanza, che ieri vi ho detto appunto di adorare. Si, adoro l’anima di quella stanza, non il pregio dei suoi dettagli.
Così fuori da quelle aree di sofferenza si osserva il cambiamento. Lo vede e lo sente la persona, lo sento e lo vedo io.
La mia risposta:
«Rinunceresti mai ad osservare la bellezza di un arcobaleno?»
Un caro saluto a tutti voi e grazie per la vostra presenza. Commentate, criticate, recensite la mia pagina e il blog. Aiuterete il mio progetto a crescere, perché sarà un lavoro condiviso e orientato e non una semplice vetrina di spiegazione sintomi.
Grazie
Antonio Dessí
Il mio blog: www.antonio-dessi.blog.tiscali.it
FB: Nella stanza di uno psicologo
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Le fasi di elaborazione di un lutto, una separazione



Una separazione, la conclusione di una relazione, la morte di una persona cara sono eventi che ci confrontano con il tema della perdita. Nell’immagine il modello teorico di Kübler-Ross sulle fasi di elaborazione di un lutto/perdita. La psicoterapia centrata su queste tematiche aiuta la persona nel passaggio da una fase all’altra. Sebbene il processo non sia rigidamente così impostato, ma spesso fatto di ricadute e sensibile all’organizzazione di personalità e storia di vita della persona, è questo un buon modello da un punto di vista didattico e di auto-osservazione.
Il modello a cinque fasi della Kübler-Ross (1970) rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche psicologiche più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave. Da sottolineare che si tratta di un modello a fasi, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte. Anche se la maggior parte delle persone sembra vivere le fasi secondo l’ordine in cui vengono descritte, non si tratta di un percorso “evolutivo a stadi”, per cui le fasi possono manifestarsi in qualsiasi ordine e ripresentarsi successivamente, ma anche presentarsi sovrapposte.
Fase della Negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?” “Non è possibile, si sbaglia!” “Non ci posso credere”, sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la verità e ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di negazione del proprio stato può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia per la propria morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. È una difesa, che però diventa sempre più debole, con il progredire della malattia, qualora non s’irrigidisca e non raggiunga livelli patologici di disagio psichico.
Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.
Fase del patteggiamento
 in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.
Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.
5 Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti”. La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque sperimentare diniego, ribellione o depressione.
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Il narcisismo in amicizia



Siamo troppo spesso abituati a sentire parlare di narcisismo all’interno delle relazioni sentimentali di coppia. In realtà capita molto spesso che all’attenzione di uno psicoterapeuta arrivino delle sofferenze relazionali nei rapporti di amicizia, dove spesso si delinea lo scenario di una relazione con un/una narcisista che lentamente viene smascherata, o inizia a sgretolarsi.
I legami con i narcisisti in genere sono molto fragili. Non reggono il conflitto e il/la narcisista spesso non ha un’intelligenza emotiva ed affettiva che gli consenta di sentire l’altro. Spesso rimane spiazzato/a o si piange addosso per il torto subito (sia una lamentela, un distacco, una presa di posizione).
Gli amici dei narcisisti spesso ricalcano l’icona di Charlie Brown e, per poter mantenere il legame con il/la narcisista si muovono tendenzialmente su alcune direttrici. Tra queste ne elenco qualcuna.
1. Devono accettare che le conversazioni girino sempre attorno ai problemi del/della perverso/a, sulle sue conquiste personali o professionali, bisogni, vittorie e sconfitte. In genere il/la narcisista seduce mostrando un immagine di sé molto fragile, malaticcia, con lamentele fisiche. Altre volte ipertrofica: “Hai un amico/a figo/a”. Tutto ciò spinge il/la Charlie Brown di turno a spostarsi su un sistema motivazionale di tipo accudimento e accondiscendere al controllo.
2. Accettano di non poter contare affettivamente sul/sulla narcisista nei momenti del bisogno o emotivamente più pesanti.
3. Imparano a rendersi disponibile SEMPRE senza nulla ottenere in cambio. Il/la narcisista in genere dona un carico emotivo molto forte a chi gli/le sta vicino, senza rendersene conto. Il principale contenimento che in genere si dona ad un narcisista è quello sulla rabbia. La fa provare a voi, prima di provarla lui/lei o addirittura mostrarvela. Il narcisista dietro la sua maschera è arrabbiato/a.
4. Provate a fare una critica “seria” al narcisista. Noterete subito lo sguardo di odio. Gli amici Charlie Brown sanno che i perversi detestano profondamente le critiche. Amano essere considerati speciali e questo deve essere sempre ribadito con gesti, non devono mai percepire mancanze nella vostra attenzione. Dei piccoli dittatori. I narcisisti sono dei bambini/bambine vestite/i da adulti. A volte il narcisista bacchetta con fare materno, accondiscendente, sdrammatizzando fatti gravissimi pur di “mantenere l’amicizia”. Si rendono complici e sospendono i loro principi, senza rendersene conto di sovvertirli esclusivamente quando sono con lui/lei. Questo meccanismo è spiegabile prendendo a prestito la teoria dei vasi comunicanti in fisica. Il/la narcisista ha fondamentalmente una struttura di personalità molto regressiva (infantile) e in questo senso si trova un equilibrio funzionando allo stesso modo. Spesso si crea una sofferenza legata alla confusione. Il narcisista cerca la simbiosi per proteggersi, per prendere, per essere accudito/a nelle lamentele (specie fisiche) e paranoie, ma non per dare.
5. Gli amici Charlie Brown accettano il controllo che esercita il narcisista e le sue “dolci” manipolazioni. In alternativa il legame si rompe. Il narcisista è capace di farti credere di provare un profondo affetto, ma se hai consapevolezza del tuo sentire ti renderai conto del contrario, o sentirai ciò che ti arriva da quella relazione, sia sul piano verbale, che non verbale.
Queste alcune anticipazioni del mio prossimo articolo su questo blog.
Buona giornata a tutti
Antonio Dessì
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Amore come reciprocità



«Cercare l'amore», come frase canonica, è diventato quasi un mantra dell'epoca moderna, sopratutto dal sapore narcisistico occidentale. Cinema, iconografia ed altro ci fanno sognare, e ci stimolano poco sul comprenderci più profondamente. E se ci stimolano, non ci sostengono dandoci strumenti per attingere alle nostre risorse interiori di crescita.E Comprenderci.
Pochi parlano di «cercare reciprocità» e ancora pochi dei pochi «comprendere in quel mio momento esistenziale "cosa" e "come" è per me reciprocità che mi consente di evolvere e crescere». Se questo è un bisogno che consente di evolvere, o se questo è un bisogno che cerca molto fuori e poco dentro, e mantiene i nostri problemi e sofferenze in una spirale ricorsiva a-temporale. Ancora più raro "cercare reciprocità reciproche", e da li l'impegno a costruire e non aspettarsi, ciò che appelliamo con il nome "amore", come dono del Cielo.
Ne esistono tanti, di "amore". Ma tutti lo ricercano. In questa ricerca c'è un bisogno di conoscenza di sé non intercettato, ma proiettato fuori, spesso. A volte non si sa usare ciò che è fuori, per ritornare dentro di sé e trarne un insegnamento.
L'amore è mutevole, dinamico. Uno sguardo dentro, uno fuori: la prima reciprocità necessaria. È prima di tutto comprensione di sé e solo dopo ricerca. Senza comprensione di sé e del proprio incastro emotivo necessario per evolvere si è come moscerini intontiti dal profumo del mosto di Settembre.
Amore è restituire a sé stessi, in quel momento esistenziale, un'immagine completa e felice di Sè.
Antonio Dessí
Leggi i miei articoli sul mio blog
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Quando si hanno problemi di cuore



Hai un amico o un'amica che da un po' di tempo ti parla continuamente di problemi di coppia con partner inaccessibili e non sai più come aiutarlo/a? Ogni giorno diventa un rosario di lamentele, di accuse, di racconti di storie terribili e algide?
Sappi che reiterare ogni giorno i discorsi su quanto sia disfunzionale quel rapporto alimenta il problema del tuo/a amico/a.
Orientalo/a verso un rapporto professionale e di aiuto reale profondo. Aiuterai il tuo/tua amico/a a responsabilizzarsi sul suo problema e salverai la vostra relazione dalle sabbie mobili dove stai entrando anche tu. Senza buoni risultati.
Antonio Dessí
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Innamoramento, aspettative, disillusioni: un classico della psicoterapia di coppia



Battiti accelerati, farfalle nello stomaco, sudorazione eccessiva, arrossamento. Sono queste le caratteristiche più frequenti che si manifestano quando vediamo la persona di cui siamo innamorati. L’innamoramento è per certi aspetti una forma di follia buona. Scattano tutta una serie di impliciti e di aspettative di reciprocità disposte in maniera disorganizzata e che si ancorano alla storia personale di ciascuno di noi. Mentre si è innamorati è difficile distinguere i segni dell’innamoramento da quelli dell’ossessione. E’ del tutto fisiologico pensare spesso alla persona, fantasticare, essere gelosa e temere l’abbandono quando ancora non si è strutturato un attaccamento, elemento che consente a ciascuno di noi di mantenere viva quella motivazione intrinseca e quel bisogno di conoscenza di sé e crescita che ci porta a volerlo fare assieme a quella persona e non da soli. Insomma, ci sono molte aspettative, esplicite ed implicite.
Non a caso molte coppie entrano in crisi o rompono il legame nel momento in cui non riescono a superare un naturale conflitto della coppia che riguarda la disillusione. Ovvero comprendere che quella persona che si è incontrata all’inizio e ci ha perturbato con tutte quelle emozioni e sensazioni (corporee) in realtà è una persona diversa e talvolta che offre cose differenti da quelle che ci aspettavamo.
La coppia a quel punto richiede di passare da una fase di innamoramento ad un attaccamento amoroso e un progetto condiviso. Spesso è li che nascono i problemi, sul piano individuale, sul piano della costruzione e mantenimento del legame.
La psicoterapia di coppia è un intervento molto utile in questi casi. Consente un lavoro che è primariamente centrato sul mantenimento di un equilibrio e lo scoraggiamento di sbilanciamenti relazionali. Un terapeuta di coppia aiuta la coppia a ridefinire dei confini, a riconoscere le radici delle problematiche che affronta la coppia e collocarle in una dimensione più congrua aprendo una possibilità di elaborazione. Nella mia esperienza ogni coppia, così come nei percorsi individuali, ha un suo percorso cucito sulla relazione. Una buona psicoterapia di coppia non è mai sbilanciata, ovvero l’obbiettivo è il lavoro sulla relazione e le sue problematiche. Non è possibile affrontare problematiche individuali dentro un setting di coppia. Pena il fallimento del percorso.
E’ un lavoro entusiasmante, faticoso, ma sicuramente di crescita. E in questo caso si usa la relazione per crescere assieme, e questo è già un bel progetto di coppia. Il terapeuta è sempre un facilitatore, non è mai colui che decide le sorti della vita di due individui che decidono di stare assieme. Li aiuta a trovare un modo per conoscersi meglio, per comprendere dove scattano le reciprocità in quelle organizzazioni di personalità.
Antonio Dessì
Studio psicologico e di sessuologia clinica
Cagliari, via Agrigento 1
Olbia, via Gentileschi 6
Cellulare di servizio: 392 135 0189 (è possibile prenotarsi per una visita di consulenza negli orari 13-14.30 o con un messaggio in segreteria per essere contattati entro la giornata)
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La sindrome di Stoccolma e la dipendenza affettiva: quando si ama l’aguzzino



Nei numerosi casi che ho seguito di dipendenza affettiva, mi sono sempre più spesso reso conto che, nonostante la forza con cui si possono rompere i vincoli relazionali e portarli alla loro elaborazione in psicoterapia, il dipendente affettivo sviluppa spesso ciò che più comunemente viene chiamato “Sindrome di Stoccolma”. Con questo termine si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica, così come nel caso della relazione disfunzionale tra personalità narcisistiche e dipendenti affettivi. Il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, prova sentimenti positivi, di compassione, nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. In poche parole il dipendente affettivo si trova in una posizione di doppio vincolo: è libero/a perchè ha elaborato i significati della relazione, ma ha ancora difficoltà a staccarsi e si ancora su alcune emozioni coerenti con la propria organizzazione di personalità: dalla colpa, alla compassione, dalla disperazione alla rabbia. Spesso sul versante depressivo.
E’ a questo punto in psicoterapia che è necessario attuare una strategia che consenta alla persona di entrare in parti più profonde di sé, spesso traumatiche e largamente sottovalutate, e che consenta di abbandonare l’idea che il legame vada rotto, le catene spezzate, i cellulari bloccati, ma si avvii verso l’acquisizione di libertà, di consapevolezza, e di conoscenza di sé.
In psicoterapia costruttivista possiamo integrare alcuni strumenti molto efficaci, aderenti al funzionamento dell’organizzazione di personalità del dipendente, che ne sfruttano le potenzialità, e consentono una maggiore capacità di mentalizzazione. In questi casi è sempre importante che il terapeuta abbia una buona conoscenza del funzionamento del narcisista, in modo da poter aiutare la persona ad entrare nella sua logica.
Ho raccolto nel tempo tantissime storie scritte dalle persone che parlano di dipendenza affettiva e spesso iniziano davvero su un terreno di sofferenza e non di condivisione, o come slittamento da una storia all’altra. In questa sofferenza spesso si innesca una dinamica di potere molto sbilanciata (il dipendente vede spesso nel partner colui/colei che gli/le cambierà la vita), a cui il dipendente affettivo soccombe, sviluppando sintomi che vanno dal nevrotico sino a grandi psicosi, inseguimenti, perdita delle funzioni vegetative, disorientamento negli assi spazio-temporali, isolamento, accessi di ira.
Se ti sta succedendo questo, inizia a pensare che ti servirà un po’ di tempo da dedicarti. Chiedi aiuto.
Antonio Dessì
http://antonio-dessi.blog.tiscali.it
Visita il mio blog. Troverai diversi articoli su questo tema
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Cos'è la fobia sociale?




La fobia sociale è una forma di scompenso psichico, sofferenza, in alcune tipologie di organizzazioni di personalità. Paradossalmente, contrariamente a tutte le altre fobie, che raggiungono maggiormente persone con organizzazioni di personalità di tipo fobico, la fobia sociale è un caso isolato e specifico di fobia che è necessario trattare in modo diverso.
Questa paura può portare chi ne soffre ad evitare la maggior parte delle situazioni sociali, per la paura di comportarsi in modo “sbagliato” e di venir mal giudicati. In generale i vissuti sono accompagnati da vergogna, "timore di non essere abbastanza interessanti per gli altri", "sicurezza sul fatto di non aver niente da dire" .... tendenzialmente potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, un problema di bassa autostima. Ma non lo è affatto.
Lavorare sull'autostima, desensibilizzare in maniera sistematica l'avvicinamento all'altro possono risultare degli interventi che possono alleggerire la sintomatologia, ma non risolvono il problema di fondo di una personalità che ha strutturato una sofferenza che per esigenze didattiche chiamo fobia sociale.

La fobia sociale è un disagio molto invalidante. Negli anni mi sono reso conto che le persone sono più attente allo sviluppo di sintomatologie secondarie, per le quali sono più allarmate, e lo sono meno rispetto alle problematiche di interazione sociale. Questo succede perché spesso chi soffre di fobia sociale si riconosce in quegli atteggiamenti, una sorta di timidezza cronica che porta la persona a dire a se stessa: "Ho questo carattere", e ad essere rinforzata dal contesto: "Si, ha quel carattere, è timido/a".
Nelle situazioni sociali temute, gli individui con ansia o fobia sociale sono preoccupati di apparire imbarazzati e, soprattutto, sono timorosi che gli altri li giudichino ansiosi, deboli, “pazzi”, o stupidi.
Generalmente si manifestano molte attivazioni ansiosi neurovegetative: sudorazione, tachicardia, mani bagnate, mal di stomaco, sensazione di nausea etc...

La psicoterapia ad orientamento cognitivo ha sviluppato un modello molto efficace nel trattamento della fobia sociale e di tipo integrato tra i vari modelli cognitivi.
Antonio Dessì
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Esiste una psicoterapia "giusta"?



Il processo di cambiamento in psicoterapiaCiò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla

In tanti anni ormai di lavoro spesso mi sono interrogato su come valutare una psicoterapia, un processo di cambiamento. Al di la delle valutazioni anche attraverso test, a volte per poter fare ricerca, mi sono sempre più piacevolmente interrogato sulla dimensione esistenziale di un processo così complesso come quello di una psicoterapia. A volte un fortissimo retaggio culturale ci fa pensare che le psicoterapie efficaci siano quelle che durano anni, che seduta dopo seduta creano sempre più dolore e di conseguenza lavoro. Le ferite sono ferite per tutti, e tutti soffrono se vengono aperte. Alle persone basta aver dovuto chiamare uno psicologo per capirlo e non certo sentire dolore perché si viene toccati. E' già la vita che lei stessa apre le ferite alle persone ed apre alla dimensione della sofferenza, nelle relazioni, nelle vicende giornaliere. Sulle ferite si costruisce il senso delle storie personali, e della propria identità.Mi sono così interrogato invece come costruire un "pronto soccorso psicoterapeutico", per arginare il dolore iniziale, tamponare ferite, e a volte usare anestesia, e solo dopo consentire un lavoro. Non l'ho trovato scritto sui libri. E' lavorando con tantissime persone e stando a contatto con il dolore psichico che sono arrivato a queste osservazioni.
Una psicoterapia efficace non si definisce sulla base del tempo cronologico, ma di quello interiore, né tantomeno sul numero di sedute, ma sulla loro percezione. Ho visto persone cambiare già in un primo ciclo di incontri cronologici, ma probabilmente saturava il tempo interiore necessario per mobilitare risorse interiori. 
Un'altra credenza è che la "vera" psicoterapia è quella che ti fa rivivere il trauma, perché solo risalendo al trauma si può superare. E' una strada.
Le psicoterapie moderne sono orientate al presente, ed è proprio in questa dimensione esistenziale che la persona porta le sue risorse, il suo tempo, la possibilità di un cambiamento concreto. Non c'è così tanto tempo da dedicare a filosofie, ma una vita da vivere il prima possibile. E' da psicoterapeuta ne sono sempre più consapevole.
Agli psicoterapeuti è richiesta sempre più flessibilità e capacità di integrazione tra i vari modelli di psicoterapia. Lo strumento è più "chirurgico" se è ben integrato. Risulterebbe improduttivo sposare un unico modello, perché per ogni persona è importante saper confezionare un abito, a lei adatto, ma sopratutto che funzioni, e non che sia bello perché aderente alla pagina x di un trattato.
La psicoterapia ha funzionato non tanto quando è durata tante sedute, dando la parvenza di essere perfetta, ma quando la persona ha nuovamente ripreso a scegliere, decidere, vivere e riconosce il cambiamento. In questo lo psicoterapeuta è sempre importante nell'accompagnare la persona.
E quando una psicoterapia è basata su un rapporto professionale autentico, sa produrre anche un distacco altrettanto autentico, di speranza, di un'esperienza promotrice e propulsore di cambiamenti, anche quando le sedute saranno finite.

Antonio Dessì
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Burattinai senza scrupoli e burattini che non si amano: la manipolazione affettiva



Ci sono relazioni che sono davvero incapaci di produrre amore. La trama di relazioni così altamente disfunzionali, spesso di sfumatura narcisistica o su terreni affettivi a rischio di frana, si muove in maniera subdola, a volte con le lusinghe, con i rituali e tanti altri modi di manipolare. A volte appare come semplice abitudine a chi, "drogato" dalla relazione, ripercorre i suoi drammi esistenziali. Occorre forza e tecnica per rompere lo schema psicologico sottostante perché la relazione alimenta un circolo vizioso autoperpretante che si muove in maniera più attivante attraverso i vissuti affettivi della rabbia, e la disperazione per la perdita (con sintomatologia distimica, bipolare o di labilità affettiva -facilità al pianto). Oggetto di intervento in psicoterapia, in questi casi.
La rabbia/disperazione diviene un guinzaglio relazionale, anche laddove la persona che ti ha manipolato ti sembra esser sparita. In realtà attende serena il tuo ritorno, ti può pungere sul senso di colpa, ora il complimento spassionato o una "rabbiosa" pacatezza e apertura di "plastica", ora il silenzio sacrale. Ma non dimenticare che il gioco al massacro è stato fatto a due, ed è di te ora che devi occuparti.
In psicoterapia questi disagi relazionali richiedono tempo, cura, tecnica e una buona alleanza terapeutica per essere risolti.
La comprensione della rabbia, dei significati che veicola, ma anche della ferita aperta dove il manipolatore o manipolatrice si è, inconsapevolmente, inserito/a (ripetendo un copione spesso trionfante e grandioso della sua storia, ma anche del suo dramma e psicopatologia connessa), restituisce amore.
La capacità di scegliere, e di amare liberamente senza guinzaglio, laddove questo è l'unico strumento che ha l'incapace d'amore, e per te l'unico modo per sentirti ancora non essere amato/a perdendo così la tua attitudine ad essere felice, o non consentendoti mai di conoscerla.

Grazie a tutti coloro che ogni giorno mi raccontano e mi mostrano un mondo relazionale di torture, di manipolazione, e di sofferenza.C'è moltissimo lavoro da fare, tanto. Un materiale preziosissimo che mi stimola a crescere, studiare ed essere sempre più efficace in tempi brevi per chi mi chiede aiuto.

Antonio Dessi
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** Comunicazione di servizio **



** COMUNICAZIONE DI SERVIZIO **


Comunico che lo studio osserverà un breve periodo di pausa estiva in entrambe le sedi di Cagliari ed Olbia a partire da oggi 8 Agosto 2016.
L'attività professionale riprenderà regolarmente a partire dal 22 Agosto.
Durante questo periodo è comunque possibile mettersi in contatto con me per urgenze o per programmare un incontro di consulenza a partire dalla prima data utile attraverso i seguenti modi:
* Messaggio alla segreteria di servizio o SMS al 392 135 0189
* E-mail: dessi-antonio@tiscali.it
Troverò modo di rispondere e gestire il prima possibile le vostre richieste.
Nell'augurarvi un buon periodo di riposo vi ricordo che per chi volesse conoscermi meglio, avere informazioni sulla mia attività professionale e formazione può collegarsi al mio sito professionale www.studiopsicologicocagliari.it e al mio blog "Nella Stanza di uno Psicologo" all'indirizzo http://antonio-dessi.blog.tiscali.it e trovare centinaia di articoli da me scritti su svariati temi inerenti la psicologia, la psicoterapia e la sessuologia clinica.
Buone vacanze
Antonio Dessì
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I disturbi sessuali e la loro risoluzione



Spesso si dice che il sesso non è importante, che l’amore vincerà su tutto, che il sesso “vero” è unito all’affetto, ma la mia esperienza clinica mi ha dimostrato con sempre più forza che la sessualità è fondamentale per la regolazione delle emozioni di piacere e che nessuno, ma proprio nessuno, ne farebbe a meno, e inoltre che i sentimenti sono incarnati, ovvero si esprimono anche attraverso il corpo, il sesso, l’attrazione, la seduzione. Che esiste “fare l’amore”, ma anche “fare sesso”. Non esiste un modo giusto di espressione, ma una via da costruire sul sentiero del piacere, e sulla comprensione del proprio momento esistenziale, dinamico e mutevole. Esperienze di conoscenza di sé. Avere un problema sessuale significa a volte sentirsi mutilati, incompleti, e le ferite sono molto profonde. Problematiche affrontabili, a patto di avere un po’ di pazienza e dedicarsi del tempo.
I disturbi sessuali possono avere causa organica, psicologica o mista; essere primari, ossia presenti da tempo nella vita della persona, secondari cioè acquisiti dopo una spiacevole esperienza; situazionali, ossia presenti solo in particolari situazioni o condizioni sessuali, generali, presenti sempre ogni qual volta si tenta o si ha un rapporto sessuale.
Le problematiche sessuali, sia femminili, sia maschili, vanno considerate secondo una prospettiva integrata.E’ necessario che la richiesta di aiuto venga accolta considerando tutti questi aspetti, e pertanto concentrandosii sul significato e sulla funzione, prendendo in considerazione tanto l’aspetto biologico quanto quello psicologico. Mai separatamente. Ogni persona ha la sua terapia personalizzata.
Inoltre, le persone che si rivolgono ad un sessuologo o uno psicoterapeuta specializzato anche nel trattamento delle disfunzioni sessuali e problematiche di area sessuale devono inizialmente rinunciare all’idea proveniente da un retaggio culturale molto forte del “risolvere subito”. Essendo dei disturbi di area psicosomatica, il lavoro in psicoterapia è molto delicato e comprende un modello che si muove nell’elaborazione dal somatico allo psichico attraverso la ricostruzione di senso, congrua con l’organizzazione di personalità della persona che ne soffre e il sistema di relazione in cui è inserito/a.
Il trattamento di queste difficoltà non si può prescindere da queste definizioni: nella valutazione clinica vanno analizzate le diverse aree della vita della persona, che permettono di identificare il significato, oltre il comportamento, della difficoltà sessuale che viene presentata.
Sia a Cagliari sia ad Olbia mi occupo di disfunzioni sessuali e problematiche di area sessuale dal 2005 seguendo un approccio integrato, oltre alle classiche tematiche di richiesta di aiuto in psicoterapia (ansia, depressione, problematiche relazionali..).
**NOVITA’**
Inoltre per le persone che mi contatteranno da Olbia ho una novità. Nel tempo ho avuto modo di instaurare relazioni professionali con specialisti medici della zona. Questo ha portato al desiderio congiunto di collaborare in maniera più veloce ed efficace all’interno di un importante Centro Polispecialistico della zona, del quale vi parlerò presto e che offre l’aiuto di professionisti di area chirurgica, endocrinologica, ginecologica, andrologica e altri. La scelta è data dal fatto che per il trattamento di queste difficoltà la co-presenza di più specialisti facilita la persona nel processo diagnostico ed evita spesso lo scoraggiante percorso di entrare in più studi specialistici e il rischio di sviluppare sfiducia. Il vantaggio è quello di poter contare su un équipe di professionisti che lavora attivamente assieme su ogni caso. Un unione di forze e competenze per il benessere delle persone che richiedono aiuto e chiedono professionalità e discrezione sui temi per cui soffrono.
Per avere più informazioni o un appuntamento contattatemi al 3921350189 dal lunedì al venerdì dalle 13 alle 14.30
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Cosa sono i disturbi psicosomatici?



Ciò che caratterizza i disturbi psicosomatici o somatizzazioni è la presenza di sintomi fisici che fanno pensare ad una condizione medica organica e che non sono invece giustificati da questa. Naturalmente è possibile che tali sintomi siano invece conseguenza di una causa patologica reale, ed è fondamentale prima di porre l’ etichetta disturbi psicosomatici o somatizzazione ed avere accuratamente indagato ed escluso precise cause organiche. Per definizione infatti nei disturbi psicosomatici non vi è nessuna condizione medica organica diagnosticabile a cui possano essere attribuibili i sintomi fisici. Ma quando la causa di una patologia è dubbia, la possibilità che sia di origine psicosomatica deve essere presa in considerazione. Anche perché sono disturbi assai comuni e frequenti, che rappresentano una buona percentuale tra quelli lamentati dalle persone nelle sale d’aspetto dei propri medici curanti.

Ad esempio, soffrite di cefalea ricorrente, o di pruriti fastidiosi e imbarazzanti in pubblico, oppure di disturbi gastrici o intestinali che rendono il sedersi a tavola un momento poco piacevole, o di dolori muscolari che non vi danno pace o di profonda stanchezza e faticabilità? Se tutte le visite e gli esami clinici a cui vi siete sottoposti hanno dato esito negativo su possibili cause organiche ma voi state effettivamente male e non sapete più che fare, provate ad interpellare uno psicoterapeuta: forse il vostro disturbo potrebbe trovare, finalmente, una spiegazione e una possibile soluzione.

Qual è il meccanismo della somatizzazione?

La psicosomatica è quella branca della medicina che studia la relazione tra mente (psiche) e corpo (soma), e in particolare il modo in cui il nostro mondo interiore emozionale e affettivo produce effetti negativi sul corpo (somatizzazioni). La sua base teorica è il considerare ogni persona come inscindibile unità psico-fisica, nella consapevolezza che corpo e mente sono strettamente legati tra loro.
I disturbi psicosomatici quindi si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali.
Ma in che modo avviene una somatizzazione, cioè quello che già il padre della psicoanalisi, Freud, definì “il misterioso salto dalla mente al corpo” ?Oggi si sa che tale “salto” è mediato, in situazioni di forte stress psichico, dal sistema nervoso autonomo in una complessa interazione con il sistema endocrino e con quello immunitario (tanto che si tende a studiare tali relazioni in una unica scienza, la psico-neuro-endocrino-immunologia). Le emozioni cosiddette “negative”, come ad esempio il risentimento, la rabbia, il rimpianto, la preoccupazione, il disagio, la paura, l’ansia, i pensieri troppo angosciosi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di emergenza persistente e attivazione continua, che alla lunga, se supera il tempo che quel singolo organismo può sopportare, può causare  danni agli organi più deboli che si esprimono appunto col sintomo psicosomatico.

Quali sono i più comuni disturbi psicosomatici?

Disturbi psicosomatici Modena o somatizzazioni possono manifestarsi generalmente a carico di:
  • Sistema muscolo-scheletrico: cefalea muscolo-tensiva, crampi muscolari, mialgia, artrite, dolori alla colonna vertebrale o ai muscoli. Le forme di cefalea sono uno dei più frequenti disturbi psicosomatici.
  • Apparato gastrointestinale: gastrite, disfagia, colon irritabile, colite spastica, retto-colite ulcerosa, ulcera peptica, nausea, vomito, stipsi, diarrea. Anche i disturbi gastrointestinali sono disturbi psicosomatici molto frequenti.
  • Apparato cardiocircolatorio: tachicardia, aritmie, ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica, cefalea emicranica.
  • Apparato respiratorio: asma bronchiale (frequente soprattutto nei bambini), sindrome iperventilatoria, dispnea soggettiva.
  • Apparato urogenitale: enuresi, minzione frequente, dolori mestruali, anorgasmia, impotenza, eiaculazione precoce, dolori perineali.
  • Sistema cutaneo: psoriasi, acne, dermatite atopica, orticaria, prurito, sudorazione profusa, secchezza della cute o delle mucose, arrossamento da emozione
Sintomi psicosomatici e somatizzazioni sono comunissimi in quasi tutti i disturbi d’ansia e anche in varie forme di depressione (quadri clinici di per sé di solito piuttosto evidenti e che portano spesso a consultare correttamente uno psichiatra o uno psicologo), ma esistono dei disturbi psicosomatici veri e propri senza altri sintomi di natura psicologica, che rendono più difficile per il soggetto imputare il malessere fisico a un problema psicologico piuttosto che a un malfunzionamento organico, e quindi più difficile “capire” il disturbo e curarlo adeguatamente. Queste persone tipicamente si rivolgono a vari specialisti, spesso consultandone più di uno dello stesso ramo e accumulando esami su esami, e arrivano (se arrivano!) dallo psichiatra o dallo psicologo solo alla fine di una estenuante e frustrante collezione di visite, esami e accertamenti medici negativi. Spesso è proprio un bravo dermatologo o urologo o cardiologo o lo stesso medico di famiglia, presa visione della documentazione clinica finora prodotta, a consigliare la strada dello specialista in psicoterapia.

Qual è il significato di un disturbo psicosomatico?

I disturbi psicosomatici spesso vengono spiegati come un meccanismo di difesa da emozioni dolorose e intollerabili che si attua con una espressione diretta del disagio psicologico attraverso il corpo o come un involucro di significati di temi affettivi ed emotivi che la persona sta vivendo e non può riportare ad un livello più consapevole. L’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per potere essere sentite, accettate e vissute, trovano una via di scarico immediata nel corpo incanalandosi un uno o più sintomi, essendo scarse le capacità della persona di “mentalizzare” il disagio psicologico, cioè riconoscere esplicitamente i conflitti interiori e verbalizzare le tensioni emozionali. In questo senso la psicoterapia è un valido strumento.
Ad esempio, le cefalee possono segnalare il bisogno di allentare l’eccessivo controllo razionale, di dovere lasciare più spazio alla intuizione. Di solito, infatti, chi soffre di mal di testa ha una mente lucida e razionale (fin troppo), che deve tenere sempre tutto sotto controllo senza cedere e lasciarsi mai andare.
Altro esempio, le eruzioni cutanee (la pelle rappresenta simbolicamente il confine tra sé e gli altri) possono rivelare che non si hanno ben chiari i propri confini e che per difendersi si cerca, metaforicamente, di tenere lontani gli altri. Ma possono anche indicare che, pur non potendo permetterselo, si vorrebbe che gli altri stessero più vicini. In ogni caso questi sono solo esempi e non soluzioni, nel senso che è necessario analizzare per ogni persona il significato che questo sintomo può avere.
Ancora, l’iperidrosi, cioè la sudorazione eccessiva delle parti del corpo più ricche di ghiandole sudoripare (mani, piedi, ascelle), affligge prevalentemente le persone timide, emotive, ansiose, schive e solitarie e che hanno difficoltà ad instaurare rapporti interpersonali.
Quando invece si soffre spesso di gastriti, bruciori di stomaco o altridisturbi digestivi, spesso l’atteggiamento tipico è quello di “mandare giù” con troppa frequenza le offese della vita covando però nel contempo rabbie e risentimenti profondi, e costringendo così lo stomaco ad una lenta e complessa “digestione “ della rabbia.
E così tanti altri…

Disturbi psicosomatici e sistema familiare

Vari studi hanno evidenziato come certi tipi di dinamiche familiari siano strettamente correlate allo sviluppo e al mantenimento di disturbi psicosomatici o somatizzazioni in uno dei suoi membri, e come i sintomi di quest’ultimo a loro volta giochino un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio familiare. In particolare, le famiglie con pazienti psicosomatici sono caratterizzate dall’impossibilità di esplicitare e dare voce al conflitto e alla tensione emozionale che dal conflitto deriva. L’impossibilità di esprimere le proprie emozioni non è quindi una caratteristica di personalità dell’individuo, ma una qualità del sistema-famiglia a cui appartiene e a cui è costretto a conformarsi. I vissuti emozionali non possono essere verbalizzati (e quindi il disagio si manifesta nel sintomo psicosomatico) in conseguenza del fatto che le emozioni vengono accuratamente filtrate in modo da evitare conflittualità e da mantenere una pseudoarmonia del sistema familiare. Il linguaggio “scelto” inconsapevolmente dal paziente per esprimere il disagio, il disturbo corporeo, è quindi il linguaggio della sua famiglia.

Qual è la cura di disturbi psicosomatici e somatizzazioni?

Anche se non è immediatamente evidente a chi ne soffre, va ricordato che i disturbi psicosomatici o somatizzazioni hanno anche un risvolto positivo: il sintomo può infatti essere letto anche come un importante segnale per attirare l’attenzione su un problema del quale, diversamente, non ci si prenderebbe cura. Se si soffre di questi particolari disturbi bisognerebbe quindi fermarsi, chiedersi cosa non va nella propria vita e cambiare rotta.Anche se per attuare ciò spesso non basta una buona propensione all’autoanalisi, ma è necessario l’aiuto di un esperto che aiuti a “leggere” questo particolare linguaggio in un percorso di psicoterapia. A maggior ragione perché di solito chi soffre di disturbi psicosomatici Modena non è spontaneamente portato all’autoanalisi e all’introspezione ma a un pensiero più “concreto”.
L’aiuto della psicoterapia dei disturbi psicosomatici e somatizzazioni si basa quindi soprattutto sul rendere il paziente sempre più consapevole del proprio stato emozionale, sulla stimolazione delle emozioni positive (anche intervenendo su modifiche dello stile di vita) e sull’apprendimento del controllo volontario e cosciente di quelle negative e delle funzioni biologiche alterate.
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